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Un governo di unità nazionale

ScoccoSabato
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Non c’è più tempo per cercare nuove maggioranze senza passare quantomeno da nuove consultazioni. È doveroso specificare tutto questo subito senza troppi giri di parole; potremmo ancora interrogarci sulla liceità del comportamento di Matteo Renzi – e su dove sta cercando di arrivare con quest’azione che da molti è considerata irresponsabile -, ma è tempo di capire se è davvero possibile andare avanti con un governicchio del genere. Un esecutivo che alla Camera ha una maggioranza risicata e in Senato ha perso quella assoluta. Davvero non c’è alcuna alternativa?

In primo luogo: in che modo è stata raggiunta la maggioranza relativa al Senato è qualcosa di per se stessa tragicomica. L’esultanza dei senatori pentastellati certamente fuori luogo; 156 voti raggiunti pe’ puzza, come dicono a Roma, ovverosia in maniera pressoché rivedibile e comunque non bastevoli a raggiungere quota 161 – maggioranza assoluta. Due senatori di Forza Italia, di cui uno, Causin, campione mondiale di trasformismo politico e perciò totalmente inaffidabile. Tre senatori a vita, ai quali va il nostro rispetto e che giustamente esprimono il loro voto, ma che certamente non potranno essere sempre presenti a ogni votazione. L’applauso che ha accolto la senatrice Segre ne è il più valido esempio: non si può chiedere uno sforzo del genere a una donna della sua età e con la situazione pandemica in atto. Una schiera di ex-Cinque Stelle come mine vaganti che possono pensarla come vogliono quando vogliono. Vergognosa e deplorevole l’affermazione del tanto corteggiato Lello Ciampolillo rilasciata alla stampa appena dopo il suo voto in extremis: “Mi piacerebbe il Ministero dell’agricoltura”. Ciò che ha promesso Conte col lavoro di Mastella potrebbe essere definita una compravendita per mercenari. Non serve neanche citare l’ex ministro Centinaio quando dice che “il ministero dell’agricoltura supervisiona a un settore che, nel suo complesso, produce il 25% del PIL italiano”. Un dicastero importantissimo che è stato usato come fosse una figurina da scambiare. Da queste pagine (virtuali) si è più volte difeso l’esecutivo, invitando a seguirne le disposizioni – quest’ultima raccomandazione è, ovviamente, sempre valida -, ma di fronte a cotanta ignoranza e cupidigia politica una presa di posizione netta è doverosa: il Conte bis non può andare avanti.

I numeri per un terzo governo Conte potrebbero esserci con un ripalesarsi di Renzi e dei suoi, ma vi sono vari e grandi problemi politici che gravano su questa situazione; in primo luogo, Conte non vuole sottoporsi alla prova delle consultazioni e prendere tempo per formare una propria formazione politica autonoma. Quest’ultima, va detto, non sarebbe per nulla gradita a Pd a M5S, in quanto il Premier risucchierebbe voti importanti proprio da questi due partiti. In secondo luogo, Conte deve cedere alle richieste dei suoi alleati, accettare una sorta di sconfitta contro Renzi e riammetterlo; trangugiare una medicina amarissima non è certo cosa facile per il professore. Decisamente un’opzione plausibile, ma sgradita a Conte e totalmente al buio rispetto alle istanze di Renzi, i quali progetti politici sono perlopiù un mistero.

Le elezioni non sono uno spettro: altri Paesi andranno a elezioni, vedi l’Olanda tra un mese, e anche noi siamo passati per la tornata elettorale regionale qualche mese addietro. Insomma, non è tanto una questione di prevenzione rispetto al Covid, è che riaprire i seggi significa bocciare l’esperienza politica di questa legislatura. È l’ultima cosa che Mattarella vuole: essere ricordato come il Presidente che non è stato in grado di gestire la – difficilissima – situazione politica nella pandemia. L’immobilismo del PdR ha indignato molti, ma sarebbe strano vederlo fermo ancora: si sta muovendo, fosse solo per capire se un Forza Italia può appoggiare questo governo. In molti poi sono i partiti che non desiderano tornare alle urne: quanti parlamentari perderebbero lo scranno? Tanti, troppi, anche a causa della nuova riforma che ne ha tagliato nettamente i numeri. Ma le elezioni sono un’opzione da non scartare se non sarà trovato un nuovo governo.

La strada maestra, oggi come molti mesi fa, è un governo di solidarietà nazionale. Dato per assodato – giusto o no ora non ci interessa – lo sfilamento di Renzi dalla maggioranza e la perdita di quella assoluta in Senato e nelle commissioni (i mini-parlamenti nei quali de facto vengono formate e discusse le misure), serve un esecutivo politico forte guidato da una personalità terza, come Mario Draghi o Marta Cartabia. Un governo che raccolga Lega, Forza Italia, Italia Viva, Azione e Partito Democratico. Eresia? Sono ormai in molti a pensare che sia una strada percorribile. C’è chi dice “mai con la sinistra”, o “mai con la destra”, ma dovremmo aver compreso che sono affermazioni elettorali fini a se stesse. Le differenze sono certamente enormi, ma per un bene superiore possono essere superate. Bisogna riformare un sistema che diventi efficiente, non per forza parlare di questioni morali. Lo Stato non procede e funziona rilento, e questo governo giallorosso ha fondamentalmente aiutato al rallentamento. Poi, vorremmo dire, se il Partito Comunista Italiano votò la fiducia a un governo Andreotti per il bene comune e senso di patria e istituzioni, come potrebbero la Lega o il Pd sottrarsi a un impegno del genere? Con tutto che Zingaretti non è Berlinguer e Salvini non è Andreotti, ma questi abbiamo e questi dobbiamo tenere.

Elio Scocco

20 anni, romano, studia Scienze Politiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Arbitro di rugby e grande appassionato di sport, nel tempo libero legge libri e gioca a scacchi, con pessimi risultati.

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