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Trump. la democrazia e noi

ScoccoSabato
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Gli Stati Uniti sono egemoni e su questo c’è ben poco da discutere; le reazioni suscitate dalle immagini dei rioters a Capitol Hill ci hanno dimostrato appunto questo: l’emozione che un evento del genere ha provocato non lo faceva certo sembrare qualcosa di lontano da noi. Non è solo una questione emotiva; il populismo trumpiano, faro dei populisti europei, Shangri-La di Salvini, Meloni, Farage e Wilders, ha subito un duro colpo, dopo aver cercato di assestarne uno non piccolo alla democrazia americana e per questo mondiale. Dare per spacciato Trump e sconfitto il populismo è un errore infantile per non dire ridicolo; anzi, le dimostrazioni di Washington hanno fatto emergere un consistente appoggio delle politiche del tycoon. Ci sono però alcuni aspetti dei quali è necessario rendersi conto, per cercare di avere uno sguardo il più complessivo possibile senza scadere necessariamente nella tentazione ideologica. Quello che ha fatto Trump è gravissimo, e ne sta pagando le conseguenze.

Tutto nasce a proposito della disputa sulla regolarità delle elezioni americane, in particolare riguardo ai voti dello stato della Georgia, storicamente repubblicano e che per una manciata di voti è stato a questa tornata conquistato dai Democratici. Contestare un’elezione non è certo una rarità nella storia politica americana, basti pensare a ciò che è successo nel 2016 col successo di Trump e le accuse di interferenze russe nel voto. Tutto poi si risolse in un nulla di fatto che a ragione ha certificato la vittoria dei Repubblicani. Il modus operandi di Trump è stato diverso; più che per vie legali, il Presidente ha cercato lo scontro diretto, fisico, frontale. Non solo a Washington. Qualche giorno fa il Washington Post ha pubblicato l’audio di una telefonata di Trump al Segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensperger, repubblicano di lungo corso, nel quale lo intimava a tratti anche minacciosi di trovare quei 12.000 voti che gli servivano per superare Biden. Pochissimi in proporzione, vero, ma in uno stato come la Georgia è sempre stata una notizia anche il solo avvicinarsi dei Dem al 45%, per cui una vittoria risicata era praticamente l’unica possibile. Nessuna prova di brogli, ovviamente, come quattro anni fa. Nessuno ci dice di provare la verginità di un Paese come gli Stati Uniti, i quali ci hanno abituato a governi rovesciati e ordini costituiti distrutti per unici interessi economici, chiedere ai sudamericani. Eppure sulle proprie elezioni interne è doveroso fidarsi: hanno un sistema lobbistico (quasi) trasparente per il quale eventuali tentativi di brogli sarebbero di per se stessi superflui e molto pericolosi; superflui perché le differenze tra Dem e Repubblicani non sono nette, anzi, molto spesso si basano su leggere sfumature, pericolosi perché basta veramente poco agli USA per organizzare guerriglie cittadine, vedi BLM in alcuni casi e gli episodi di Capitol Hill.

Trump ha organizzato le proteste dei propri elettori di fronte alla White House innanzitutto. Su Twitter aveva invitato i futuri rioters a partecipare scrivendo “It’s gonna be wild!”, della serie che sin dall’inizio non si voleva una folla all’insegna della protesta pacifica. Molti leader comunisti del passato riderebbero dell’accostamento di parole “protesta pacifica”, e ancora oggi molti sostengono che senza violenza non si riesce ad ottenere alcun risultato. La violenza è stata oltremodo esagerata, ma ci sono alcuni aspetti controversi all’interno di quello che è successo al Congresso americano. Il primo: l’effettiva mancanza di preparazione iniziale dei poliziotti nell’affrontare i protesters. Davvero non se l’aspettavano o c’era una sorta di accordo di massima? Difficile gridare al colpo di Stato senza un reale accordo con forze dell’ordine e forze armate. Il Pentagono ci ha tenuto a specificare che il dispiegamento delle forze speciali è stato deliberato dal vicepresidente Mike Pence, e non da Donald Trump. Lo stesso Pence che ora molti vedrebbero al posto del presidente negli ultimi dieci giorni prima dell’insediamento di Biden. Ebbene sì, perché quello che sembrava un grido solitario della liberal left-wing di Ilhan Omar e Alexandra Ocasio-Cortez (che tante simpatie miete all’interno degli ambienti di centrosinistra in Italia e in Europa) a proposito dell’impeachment e del 25esimo Emendamento, per il quale servono comunque i 2/3 dei voti della Camera è un’ipotesi non lontana. Non sono pochi i repubblicani che vedrebbero di buon occhio un’uscita di scena con disonore di Trump, estromettendolo di fatto da future primarie per la corsa al 2024. Due segretarie del Gabinetto Trump, Chao e DeVos, hanno annunciato le proprie dimissioni. Lindsey Graham, un fidato congressman di Trump, gli ha pubblicamente voltato le spalle in aula. Ecco perché nella mattinata di venerdì il presidente ha dovuto fare ben più di un passo indietro, ma fino al rischio impeachment i toni erano ben diversi. Va notato poi come sia davanti alla Casa Bianca sia nei messaggi sui social (dai quali è stato poi bannato in quanto “incitatore d’odio e violenza”) Trump abbia sempre usato palchi e simboli istituzionali e non strettamente politici. Ha parlato da Presidente per la sua unica fetta di elettorato, per quanto grossa. Un utilizzo quantomeno discutibile.

In secondo luogo, brevemente, sono morte cinque persone nell’assalto al Congresso. Un poliziotto, Brian Sicknick, gravemente ferito negli scontri, è deceduto giovedì notte. Una donna, Ashli Babbit, vivace sostenitrice di Trump, è stata colpita fatalmente da un proiettile dopo essere entrata con la forza all’interno dell’edificio. Altre tre persone sono decedute per attacchi cardiaci nel corso della manifestazione, evidentemente troppo movimentate per i loro cagionevoli cuori. C’è chi ha fatto deplorevoli paragoni tra queste morti e quelle che sono avvenute durante le proteste del BLM, segno che anche di fronte alla morte il rispetto non è poi così scontato. È interessante invece notare come sia stato possibile che il secondo palazzo più importante degli Stati Uniti sia stato conquistato così facilmente da un manipolo di fanatici. Aperto in due come una noce. Fanatici armati, certamente, ma se basta così poco a espugnare un palazzo come quello del Congresso… Gli americani ci hanno abituato troppo bene coi loro film a pensarli come invincibili, ma qui hanno davvero rischiato grosso. Non a caso Steven Sund, Chief della US Capitol Police (il ramo della Polizia americana che protegge permanentemente il Congresso) si è dimesso. Non dovrebbe suscitare sorpresa una possibile indagine che riguardi precedenti contatti tra Sund e Trump o chi per loro. Quel che rimane, certamente, è una figuraccia senza precedenti in mondovisione.

Da noi qualche spaccatura in merito s’è vista all’interno del centrodestra. Mentre Berlusconi si impegna velocemente a condannare l’azione di Trump e augurare a Biden un mandato presidenziale che unisca il Paese (e il Mondo), Salvini e Meloni hanno reagito diversamente. Sta crollando il loro punto di riferimento e dovranno in qualche modo ripensarsi. Salvini, strizzando l’occhio al Colle, cerca di guadagnarsi credibilità invocando democrazia e libertà, in parte anche condannando Trump e le violenze, se pur indirettamente. Giorgia Meloni è, invece, letteralmente fuori dalla realtà, avendo ringraziato Donald di aver fermato le proteste che lui stesso aveva avviato. Insomma, in un periodo di crisi di governo, anche l’opposizione non se la passa benissimo. Del resto, è difficile pensare a qualcuno che se la passi bene in Italia.

Elio Scocco

20 anni, romano, studia Scienze Politiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Arbitro di rugby e grande appassionato di sport, nel tempo libero legge libri e gioca a scacchi, con pessimi risultati.

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