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The American Scream

Attualità Politica internazionale
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Cosa sta accadendo in America? Cosa sta succedendo al Paese al quale noi italiani guardiamo sempre con estremo favore, e ci mancherebbe altro, siamo atlantisti per natura, a chi potremmo guardare altrimenti? Fosse solo perché, banalmente, mangiamo come loro, vestiamo come loro e guardiamo i lori film, quei film dove è Captain America a salvare il mondo sconfiggendo una minaccia extraterrestre sopra il cielo di Manhattan. O Los Angeles. Insomma, non vedremo mai premiato agli Oscar per i miglior effetti speciali Jeeg Robot, che nella scena finale uccide Thanos sopra il Laghetto dell’Eur (per gli amici milanesi, Piazza Gae Aulenti). Non è un caso che la maggiore mobilitazione -social- giovanile degli ultimi anni sia scaturita da un fatto accaduto negli USA; non s’era vista una tale partecipazione nemmeno per casi simili avvenuti in Italia, come l’omicidio di Soumaila Sacko o l’attentato di Luca Traini a Macerata. Come sempre ormai, ci sono due fazioni contrapposte l’una all’altra che si fronteggiano aspramente: chi nega il problema razzismo e punta il dito sulla violenza dei manifestanti e chi invece li difende a spada tratta al grido di #blacklivesmatter. Siccome non siamo qui per schierarci, bensì per cercare di trovare una sintesi di ciò che sta accadendo, procediamo con ordine a verificare alcune ipotesi.

Occorre innanzitutto un distinguo; così come la polizia americana non può essere identificata come interamente violenta, le razzie e gli scompigli vandalici e criminali, figlie della degenerazione e, soprattutto, delle ingiustizie sociali, non sono responsabilità delle proteste pacifiche. La violenza è, infatti, prevalentemente notturna: in un Paese sottoposto al coprifuoco, le proteste per la morte di George Floyd sono pacifiche e diurne. Non s’intende in questa sede giustificare le violenze, ma cercare di giudicare un movimento, un fatto, una circostanza semplicemente guardando a cosa realmente è, circoscrivendolo a una realtà sociale, fisica e temporale. L’associazione logica “looting-protesters” non sta in piedi. Si chiede anche un minimo di onestà intellettuale – e non di imparzialità, si noti: su certi temi è difficile esserlo e ne siamo consapevoli, non stiamo parlando di manovre economiche o strategie politiche – per riconoscere che, quantomeno, le istanze portate avanti dal movimento antirazzista nulla hanno a che fare con gli scempi nei negozi. Le immagini delle sprangate e delle ruberie sono un colpo duro per tutti. Vero è che tutto questo ci fa notare una sorta di scala gerarchica dei valori: chi antepone il diritto alla proprietà privata e alla sicurezza più in alto del diritto alla vita, e chi viceversa. Chi ha ragione? Non sta a noi deciderlo, ci limitiamo a notare questo fatto. Locke e Hobbes si divertirebbero moltissimo nel discuterne, e ne proverebbero piacere, inteso come il “piacere estetico di alcuni matematici a eseguire calcoli difficilissimi” individuato da Ludwig Wittgenstein. I poliziotti, poi, non sono tutti razzisti e violenti, anzi, probabilmente solo una minoranza lo è a ben guardare. Generalizzare e fare di tutta l’erba un fascio è un errore grossolano e pericoloso da non commettere, ne va della autorevolezza delle affermazioni.

Il problema razzismo, negli Stati Uniti, non è mai stato sconfitto realmente. Un Paese che vive con la “sindrome del 1776”, dove si è veri americani al 100% se si è bianchi e Britishmen; la grande migrazione mitteleuropea ha soffiato sulla fiamma dell’integrità bianca, e non è certo un caso che oggi il Presidente Donald Trump, l’uomo che s’erge a estremo difensore della grandezza americana, sia proprio un discendente tedesco, ora in lotta con la patria dei suoi antenati. The Donald è figlio della famiglia Trumpf (sì, con la “f”) originari della ridente Kallstadt, nel Land Rheinand-Platz, sud-ovest dello Stato tedesco. Nella Costituzione Americana, quel famoso “Diritto alla felicità” era garantito per tutti gli uomini, ma gli schiavi afroamericani tali non erano considerati; alla stregua di animali, gli African slaves non erano ritenuti esseri umani degni di possedere diritti; questo era l’espediente tecnico per sfuggire alla Costituzione originaria della Pennsylvania. Oggi, proprio nello Stato del quacchero William Penn, l’etnia più presente è quella tedesca, la quale si attesta intorno al 28%. Britishmen e Deutschamerikaner regolano l’ideologia politica e identitaria di un Paese bianco. Ora, certamente dire “gli americani sono razzisti” è un’affermazione alquanto affrettata, così come puntare il dito su tutti i poliziotti e le forze dell’ordine statunitensi. Dobbiamo però ricordarci che l’omicidio di Martin Luther King è avvenuto appena mezzo secolo fa; le fasce più povere della popolazione sono ancora quelle afroamericane, risultato più che attendibile di politiche per le pari opportunità mai attuate in questi tre secoli di storia. Persino per gli italo-americani è difficile farsi valere oggi al di là degli stereotipi, che sono “solo stereotipi”. Per George Floyd, l’ultima vittima in ordine cronologico di questo sistema, è stato letale un pericoloso mix di proprietà whites ormai connaturate nell’anima di molti nazionalisti a stelle e strisce: il razzismo sedimentato e la violenza facile. È l’anima un po’ Far West di difesa del terreno, dell’arma personale a difesa del territorio. Se poi la violenza è contro una persona che non ha origini inglesi ovvero Dutch, ci si può sempre appellare agli stereotipi che circondano i neri d’America. L’utilizzo delle terminologie non è, infatti, qualcosa di scontato. Anche in Italia. Quando avvengono episodi di razzismo qui, da noi, spesso si tende a chiamare in causa o la “teoria del caso isolato”, oppure quella ben più radicata dell’indottrinamento perpetrato dall’establishment e dai mass media. Dire che il razzismo “non esiste” è un delitto di ragione, una contraddizione palese con la realtà logica dei fatti, al di là dei sentimenti. Significa censurare una parte della realtà; quando accade qualcosa che non sappiamo spiegarci, oppure in contrasto con la nostra idea del mondo, tendiamo a riferirci o a un “complotto” organizzato, oppure più subdolamente a un “indottrinamento” calcolato e ragionato dal pensiero dominante; non che quest’ultimo non esista, è sempre presente, ma non può essere sempre giustificazione. Dire “il razzismo non esiste” è accettabile solamente inteso come “è un orrore del quale mi vergono talmente tanto che io voglio dire che non esiste”. Ma questa interpretazione, per così dire, filosofica (e non mia, ci mancherebbe, si veda a proposito la celebre intervista di Roberto Benigni a “Il senso della vita” del 2006) non è certo quella che tanti pensatori che vedono loro stessi come “controcorrente” hanno. In più, una sottigliezza. È vero che siamo tutti sottoposti al bombardamento mediatico, ma per quale motivo il Presidente degli Stati Uniti, che sbandiera la Bibbia di fronte a miliardi di persone, non dovrebbe indottrinare? Nessuno di noi ha un pensiero originale, e di certo nessuno di noi ha la verità assoluta. È “l’egemonia culturale” di gramsciana lezione: il dominio culturale è esercitato sia dai mass media, sia dai capi di Stato. Del resto, non tutti i mass media sono “liberals”, e non certo da noi o negli Stati Uniti. Per cui, ringraziando il marxista sardo, possiamo affermare con certezza che anche coloro che si indentificano come “controcorrente” sono in realtà poveri figli come noi del pensiero dominante; se non vi sta bene Gramsci perché troppo sinistrorso basta leggere Leopardi, “Dolcissimo, possente / Dominator di mia profonda mente”, poeta alieno dalle ideologie politiche.

La marcia del 28 Agosto sarà certamente politicizzata, vista la prossimità delle elezioni presidenziali. I Dem, con Biden, hanno velocemente cavalcato un’onda della quale sono in parte storicamente responsabili non meno di Trump o dei Repubblicani, e questo va affermato con grande chiarezza. La tendenza dei Democratici di bollare come “razzista” e “pericoloso” tutto ciò che ha fatto Donald Trump è una strategia che non per forza porterà alla vittoria, ma certamente denota una buona dose d’ipocrisia – permetterete l’aggressività cari lettori – dell’establishment democratico. Trump ha adottato misure non dissimili da quelle prese da presidenti Dem negli scorsi decenni; un esempio lampante è il famigerato muro al confine col Messico. Il “Muro della vergogna”, come viene chiamato dai messicani, fu sì iniziato da Bush padre, ma ben ampliato sotto la presidenza Clinton. Insomma, Biden, con occhio giustamente politico, salirà sul carro dei difensori del genere umano. Non che l’avversario Trump stia facendo qualcosa per distendere gli animi, sbandierare la Bibbia, un testo che parla di Misericordia, come strumento politico di aggressione non solo è atto di empietà, ma è anche controproducente; la strategia politica è rimasta la stessa per il tycoon, strizzare l’occhio a quell’etnia bianca anglo-tedesca che regola gli interessi statunitensi. Forse avrà ancora ragione lui. Avrei voluto utilizzare parole più dolci in questo paragrafo, ma da italiano europeo non sono riuscito a trattenermi. Ringrazio allora di trovarmi in un luogo del mondo che non prevede mai la pena di morte come possibilità, ricordando che anche noi abbiamo tanta strada da fare, e solo puntare il dito contro gli USA non basterà.

Elio Scocco

20 anni, romano, studia Scienze Politiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Arbitro di rugby e docente volontario di Portofranco Milano Onlus, nel tempo libero legge Maigret, che ritiene essere un commissario dieci volte migliore di Sherlock Holmes.

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