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Perché non funzionano i concorsi pubblici in Italia

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Concorsi pubblici
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La fortuna dei concorsi pubblici in Italia è andata progressivamente crescendo, dagli ultimi decenni del secolo scorso fino ad oggi, di pari passo con la crisi del mercato del lavoro. Può sembrare un’ovvia banalità, ma la considerazione aiuta a comprendere due importanti tendenze attuali. La prima riguarda il lato dell’offerta, e mette in luce la richiesta di personale sempre più qualificato per ricoprire i posti messi a disposizione dai bandi di ogni ordine e grado. La seconda è invece attinente al lato della domanda, e spinge sempre più persone in età sempre più giovane a tentare delle prove che, in certi casi, assomigliano non più a rigorose procedure selettive ma a vere e proprie lotterie. C’è un chiaro esempio numerico che può aiutare a dare un’iniziale quantificazione delle dimensioni del fenomeno: su una popolazione di circa 60 milioni di abitanti, gli apparati comunali delle quattro più grandi città italiane (Roma, Milano, Napoli, Torino), da soli, contano poco meno di 60.000 dipendenti. Un conteggio preciso andrebbe poi a considerare solo la popolazione in età lavorativa, escludendo quindi studenti e pensionati, aggiungendo gli occupati nelle sezioni ministeriali, nelle forze armate, negli uffici delle regioni e in tutti gli altri enti pubblici. Un vero e proprio esercito.

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Questi numeri spiegano l’enorme affluenza di candidati nel triennio 2016-2018, quando il governo aprì in via sperimentale all’accesso di civili ai concorsi per agenti di Polizia di Stato. Spiegano anche perché, ad ogni occasione utile, si assiste a mattanze di candidati e disastri organizzativi. Per gestire meglio le procedure, fin dalle preliminari fasi pubblicità dei concorsi e di iscrizione, è stato infatti istituito presso il Dipartimento della Funzione Pubblica del Governo l’istituto Formez, che attraverso la commissione Ripam tenta di gestire la faticosa transizione della Pubblica Amministrazione verso i criteri di efficienza, trasparenza e ammodernamento tanto sbandierati e rivendicati. Certo, gli ultimi 5 anni di gestione commissariale e la recente nomina di Alberto Bonisoli come presidente, lì paracadutato dopo una breve e non entusiasmante parentesi da ministro, non danno esattamente il buon esempio.

Va tuttavia riconosciuto che sono stati fatti importanti passi avanti soprattutto nell’impostazione delle prove preselettive, che risultano senza dubbio le fasi più critiche. Qui sono stati adoperati accorgimenti che hanno cercato di scremare a monte i partecipanti realmente interessati da quelli affetti dall’infelice logica del “provare non costa nulla”. Sono state inoltre potenziate le procedure di controllo nei fogli d’esame e sui fogli d’esame stessi. Permangono però vaste e importanti aree di miglioramento, e di questo parlerò nel prossimo articolo, per dare al tema tutta l’attenzione che merita.

Riccardo Frascolli

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