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Non è tutta salute

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La Francia ha imposto un secondo lockdown. La Germania è molto vicina a farlo. Noi? Forse che il governo si senta legittimato dai precedenti degli alleati europei? La speranza di molti, che ci si creda o meno, è questa: che vi sia una nuova chiusura totale. Sembra di essere pronti a sacrificare tutto in nome della “Salute”. Le proteste degli ultimi giorni sono state certamente legate a fenomeni di criminalità (ne abbiamo parlato nel video di sabato scorso), e le notizie riguardo i precedenti degli arrestati a Torino altro non fanno che corroborare la nostra ipotesi. Non è possibile però negare il problema del lavoro; il Decreto Ristori, pur essendo una misura certamente mossa da buone intenzioni, per sua tecnica fattualità non potrà coprire le innumerevoli problematiche a catena che la chiusura delle attività lavorative sta provocando. Non si può ragionare per malafede, ma quello a cui siamo sottoposti in questo momento è un soft lockdown, l’extrema ratio prima della chiusura totale. O il suo inizio. Giornalisti come Mentana amano parlare di “tabù sfatati” quando un governo (regionale o statale) va per primo a toccare una determinata chiusura settoriale, come De Luca con le scuole. Io aborro questa locuzione, questo “sfatare tabù”, come se fosse qualcosa di buono in sé, perché questo è il senso implicito che passa da parole del genere. I governi non sono chiamati a sfatare, bensì a costruire e cercare una riapertura economica. Perché no, a conviverci col virus. Sembra una frase al sapore di negazionismo, ma non lo è. È invece un dato di fatto: dobbiamo scegliere a cosa sacrificare tanto, tutto. Drammatico scegliere. Non è retorica: pochi mesi fa abbiamo avuto medici, uomini e donne che hanno giurato Ippocrate, i quali dovevano scegliere chi curare perché le terapie intensive non erano bastevoli per tutti. Proprio perché consapevole della drammaticità di scelte tra salute, lavoro, sanità ed economia non mi sento in grado di urlare contro questo governo accusandoli di essere dittatori. Un appello però vorrei farlo: potremmo lavorare in positivo, aumentando le risorse preventive e di cura (leggi: aumento delle terapie intensive) e non relegando il lavoro all’ultimo posto. Una palestra o una piscina non sono bisogni primari per noi, ma per chi le gestisce è ben diverso. Ci sono (le consuete) due motivazioni.


Primo: l’economia del Paese versa già oggi in grave difficoltà. Ci stiamo raccontando che sarebbe un secondo lockdown a ridurlo così. Se è rimasto un po’ d’amor proprio e patrio in noi, ci accorgeremmo che siamo ora e adesso in una situazione poco invidiabile. “Non si piange sul latte macchiato” dice Nino Frassica, fine economista, ed è proprio così! Non possiamo permetterci di dire che, se tanto già sta andando male, possiamo andar anche peggio. Il PIL italiano è calato drasticamente: sebbene sia notizia di ieri il suo aumento del 16% nel terzo trimestre, il dato va ovviamente confrontato su un secondo trimestre di totale chiusura. La notizia di stamattina che riguarda un possibile lockdown a Milano sta già provocando reazioni contrastanti e non certo di accomodamento verso il governo. Una misura che potrebbe essere replicata per altre città metropolitane considerate “ad alto rischio”. La chiusura del centro economico del Paese già di per se stessa dovrebbe essere una sirena d’allarme potentissima. Il j’accuse è sempre lo stesso: per mesi non si è mai andati in positivo, aumentando le risorse destinate alla sanità. Per sottrazione, invece, abbiamo continuato a procedere, credendo che il solo utilizzo della mascherina potesse salvarci. C’è un’ampia probabilità che, entro il prossimo mese, quindici regioni (comprese le provincie autonome) superino le soglie critiche di terapia intensiva e di aree mediche. La critica non vuole essere generalizzata: non tutte le misure intraprese dal governo sono sbagliate, e nessuno del resto poteva obiettivamente credere che “sarebbe andato tutto bene”, che l’esecutivo prendesse solo ottime decisioni. Lo storico Alessandro Barbero diceva di Winston Churchill: “Se aveste chiesto a un inglese nel 1935 chi era Churchill, egli vi avrebbe risposto: ‘un politicante senza arte né parte, un uomo da fallimenti uno dietro l’altro’. Eppure, nel momento più decisivo, ha preso una sola grande decisione: non firmare la pace con Hitler. Per questo la storia lo ricorda come un grande.” Nessuno chiederà a Conte di essere un grande statista, ma siccome non riteniamo sia un totale inetto gli chiediamo a gran voce: non sacrifichiamo tutto in nome della salute, o dovremo raccogliere i cocci di un’economia distrutta. Si è trovato anche a lavorare in condizioni non certo semplici. Io, in primis, a maggio scrivevo di spodestarlo e di fare un grande governo di unità nazionale. Io, l’ultimo arrivato; figuratevi le reali pressioni! Un Paese che credeva violata la propria libertà personale a causa di Immuni, e difatti ancora oggi in moltissimi non l’hanno scaricata. Un sistema mica facile per Conte e i suoi per i quali io, con tutti i loro limiti, provo una discreta compassione. Professori liceali, su Facebook, gli augurano letteralmente la morte. Io, a loro, auguro di guardare gli studenti con occhi diversi perché, se queste sono le premesse, poveri ragazzi.


Secondo: la dignità del lavoro è sempre eguale per tutti i compiti; le affermazioni degli ultimi tempi su palestre, bar, piscine e ristoranti sono desolanti. “Attività non necessarie”. Cosa è necessario? Per chi gestisce quei luoghi certo che è necessario. Così si sminuisce il lavoro delle persone, e perciò le persone stesse. La nostra Costituzione ha fondato l’ordinamento del Paese sul Lavoro. Il lavoro è ciò che permette all’essere umano di modellare il mondo nel quale vive. Non esistono lavori di prima classe e lavori di seconda classe. I lavoratori vanno rispettati, tutti. Nel periodo di emergenza stanno venendo a galla tutte le falle del nostro sistema; chiudere il settore produttivo, dopo quello dei servizi, sarebbe una catastrofe umana ben prima che lavorativa.

Elio Scocco

20 anni, romano, studia Scienze Politiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Arbitro di rugby e docente volontario di Portofranco Milano Onlus, nel tempo libero legge Maigret, che ritiene essere un commissario dieci volte migliore di Sherlock Holmes.

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