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La scarcerazione dei boss mafiosi. Cos’è successo?

Attualità
La Mafia esiste
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C’è il Covid-19 e c’è per tutti, anche per i boss mafiosi. Da quando è incominciato lo stato d’emergenza nel nostro Paese (dichiarato dal Governo il 31 Gennaio 2020): le carceri del nostro Paese hanno incominciato a vivere una fase di vulnerabilità sfociata in delle rivolte (Marzo 2020) con evasi e vittime.

In questa situazione di disordine, i boss mafiosi consapevoli dell’emergenza sanitaria fanno richiesta di scarcerazione (non che vanno a piede libero, ci mancherebbe, ma vanno agli arresti domiciliari, tornano a casa, insomma) in quanto molti di loro avendo una condizione di salute precaria temono di essere contagiati dal Virus.

Non solo le loro condizioni di salute ma anche il sovraffollamento è un “punto a loro vantaggio” in quanto in Italia abbiamo circa 57 mila detenuti con 50 mila posti: ciò significa che il “distanziamento sociale” richiesto per evitare la diffusione del Virus non è cosa facile da raggiungere.

Ciò detto, dall’inizio della pandemia sono stati scarcerati decine di boss mafiosi (alcuni in media sicurezza, altri nel regime di alta sicurezza: che è una sezione del carcere per i condannati per reati associativi, ad esempio mafia) e tra questi anche dei casi di 41 bis. Il 41 bis, comunemente conosciuto come “carcere duro”, è un regime carcerario dove il detenuto è controllato 24 ore su 24, l’ora d’aria è in totale isolamento e così via. Insomma, il detenuto è ritenuto pericoloso e dunque deve essere isolato il più possibile. L’80% dei detenuti in regime da 41 bis sono stati condannati per reati legati all’associazione mafiosa.

Il Governo ha scarcerato i boss mafiosi? No, è falso, perché la scarcerazione richiesta dai detenuti fa appello all’articolo 147 (comma 2) del codice penale che recita, testualmente: “L’esecuzione di una pena può essere differita: se una pena restrittiva della libertà personale deve essere eseguita contro chi si trova in condizioni di grave infermità fisica”. Ancora più nello specifico “2) La valutazione inerente la gravità dell’infermità fisica deve tenere conto della considerazione oggettiva della malattia, in relazione alle condizioni di efficienza sanitaria del singolo istituto carcerario, intese come possibilità di fruire, in stato di libertà, di cure e trattamenti sostanzialmente diversi e più efficaci rispetto a quelli che possono essere prestati in regime di detenzione”. Dunque la scarcerazione è concessa dal giudice di sorveglianza.

Cosa dice invece il decreto “Cura Italia”? “Arresti domiciliari per i detenuti che abbiano una condanna non superiore a 18 mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena”. È l’articolo 123 del decreto “Cura Italia”, emanato dal Governo e firmato lo scorso 17 marzo dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. Questo articolo del “Cura Italia” dunque vuole far fronte al problema del sovraffollamento per evitare la scarcerazione di detenuti che hanno commesso reati più gravi. (Nel Decreto sono presenti altri articoli che non cito per non far perdere il filo del discorso).

Dunque, abbiamo capito che i boss mafiosi vanno agli arresti domiciliari (per problemi di salute accertati) “grazie” alla legge italiana e non grazie gli articoli del decreto “Cura Italia”.

Quindi, qual è il problema?

Il problema è che il Governo non ha fatto nulla per evitare che ciò accadesse. Mi spiego meglio. È vero che la scarcerazione dipende da un articolo del codice penale ma le strutture sanitarie per curare i detenuti sono presenti all’interno di alcune carceri italiane dunque il detenuto può e deve essere curato lì nel caso ne abbia bisogno. Lo Stato doveva organizzare gli spazi e le strutture per evitare le scarcerazioni.

Detto questo: il caso che fa più polemica è il caso di Pasquale Zagaria.

Chi è? Pasquale Zagaria è il fratello del boss Michele Zagaria, Clan dei Casalesi. Pasquale Zagaria era recluso nel carcere di Sassari in un regime di 41 bis, dove stava scontando una condanna di 20 anni di reclusione per associazione di tipo mafioso e altri reati.

Domenica 26 Aprile 2020 il programma “Non è l’Arena” su La7 ha seguito il caso e l’ha riproposto nuovamente il 3 Maggio 2020.

Il dato che emerge è che c’è un terzo attore: il DAP. Cos’è il DAP? È il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che indica (in questi casi) al giudice di sorveglianza (che gestisce la richiesta di scarcerazione) un luogo alternativo per soddisfare la richiesta del detenuto.

Ecco la ricostruzione cronologia del caso di Pasquale Zagaria (La7, “Non è l’Arena”):

Il 26 Marzo 2020: PRIMA UDIENZA. (Pasquale Zagaria fa richiesta, per problemi di salute, di essere scarcerato. Il giudice rinvia l’udienza per capire dove mandarlo).

Il 9 Aprile 2020: il giudice fa richiesta al DAP di indicare un carcere. (Detto in parole semplice “Ao, DAP, qui Zagaria ha delle condizioni di salute precarie, dove lo posso mandare?”).

Il 16 Aprile 2020: TERZA UDIENZA, ULTERIORE RINVIO. (Il giudice non riceve risposta quindi rinvia sperando che il DAP indichi dove il detenuto può essere trasferito: tenendo presente che il 23 Aprile 2020 c’è la quarta udienza).

Il 21 Aprile 2020: il DAP valuta di chiedere disponibilità nel carcere di Cagliari. (Da tenere presente che il carcere di Cagliari non aveva posti e lo si sapeva già).

Il 22 Aprile 2020: il DAP invia richiesta ufficiale al carcere di Cagliari.

Il 23 Aprile 2020: il giudice, al mattino, non avendo ricevuto risposta certa e precisa dal DAP consente il trasferimento ai domiciliari per Pasquale Zagaria a Pontevico, in provincia di Brescia, a casa della moglie. (Da precisare che il biglietto aereo gliel’abbiamo pagato pure noi).

Il 23 Aprile 2020: il DAP invia e-mail alle 17:38. L’indirizzo è SBAGLIATO e inoltre il contenuto non ancora indica una destinazione precisa per il detenuto ma soltanto una volontà di fare richiesta a Roma e a Viterbo (DAP sapeva che il giudice doveva decidere perché non poteva rinviare udienza su udienza per mesi nell’attesa del DAP).

Il 26 Aprile 2020 a “Non è l’Arena” interviene il capo del DAP: Francesco Basentini. In un intervento telefonico non spiega in maniera esplicita cosa è esattamente avvenuto. Polemica sui giornali, il Ministro spinge per farlo dimettere e in questa settimana Basentini si dimette e viene nominato al suo posto: Dino Petralia, procuratore generale di Reggio Calabria.

N.B. Il dato ancora più SCONCERTANTE è che Pasquale Zagaria già dal mese di Ottobre 2019 aveva fatto richiesta per le sue condizioni di salute dunque c’era tutto il tempo per trovare una soluzione che impedisse ciò che è accaduto.

Il fatto sta che Pasquale Zagaria, uno dei boss più pericolosi d’Italia, è tornato a casa sua e sappiamo benissimo con quale facilità, in tal modo, può comunicare con l’esterno. Dal 41 bis a casa è come dire “dalle stalle alle stelle”.

Ora di chi è la responsabilità? È evidente che ci sono responsabilità del DAP e responsabilità politiche per non aver agito tempestivamente per impedire tutto questo. È impressionante come il DAP non si sia curato minimamente di risolvere in modo celere la questione. Zagaria, come ricordato, non è un delinquente comune. È uno dei boss del Clan dei Casalesi ed ora è a casa sua. Lui come tanti altri.

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