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Il Governissimo Draghi

Politica nazionale
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Il Governo Conte cadrà. Fosse solo perché questa è la prassi nel nostro Paese, è sempre più una certezza che questo esecutivo non arriverà a fine legislatura, anzi. Passato il periodo più critico del lockdown, in quella che potremmo chiamare la “Fase 3”, da lì in poi la formazione di una nuova squadra di ministri sarà ben più di un’ipotesi. Le motivazioni sono molteplici. Il Governo Conte Bis è nato debole; una vera e propria operazione parlamentare anti-Salvini, un equilibrio poco stabile fin da subito minato dalla scissione di Italia viva dal Partito democratico. Proprio il Pd ha determinato lo scarso spessore di autorevolezza del Consiglio dei Ministri: i ministri del partito di centrosinistra erano, e sono oggi, delle seconde linee. Il Pd aveva degli uomini ben più di primo piano da inserire nell’esecutivo, nel quale non ha mai creduto pienamente. Solo Franceschini, relegato a un ministero d’importanza relativa ma, in fondo, poco mediatico, posto lì come legante e mediatore. Il Movimento 5 Stelle, al contrario, ha proposto alcuni suoi uomini di prima linea, come Di Maio e Bonafede, i quali si stanno però rivelando inadeguati al ruolo che ricoprono. La pandemia, poi, se da un lato ha fatto crescere la popolarità di Conte, dall’altro ha prodotto un enorme dissenso parlamentare riguardo alle misure da lui adottate, in particolare verso le modalità con le quali ha esercitato le proprie funzioni: l’utilizzo smodato dei Dpcm, decreti che non passano attraverso le Camere e che hanno provocato anche una dura reazione da parte di Marta Cartabia, Presidente della Corte Costituzionale. In più, le uscite televisive da attore protagonista contro le opposizioni, pronunciate in circostanze istituzionali, non sono andate giù ai partiti di governo. Tranne, certamente, il M5S, anche se, come abbiamo già scritto, probabilmente Conte non rimarrà insieme ai pentastellati quando scenderà ufficialmente in politica. Quella sera, in Tv, Conte è divenuto uomo politico. E questo, le Camere, non glielo hanno perdonato. Tutto questo senza parlare poi dell’effettiva efficacia delle misure da lui adottate, che non sono da trattare in questa sede. Conte si è circondato di tecnici formando un governo,di fatto, alternativo. La sfiducia non è lontana.

Davanti a questo si aprono tre ipotesi: nuove elezioni, governo tecnico, governo politico. Affrontiamo queste possibilità. A nuove elezioni, ora, non vuole andare nessuno, forse solo Fratelli d’Italia: il partito di Giorgia Meloni sta crescendo rapidamente, raccogliendo il dissenso interno alla Lega; eppure, anche dovesse arrivare a percentuali altissime, il partito è davvero pronto a gestire la drammatica situazione di crisi provocata dal Covid-19? Se pensiamo poi che, realisticamente, a nuove elezioni FdI si attesterebbe in un range tra il 12% e il 25%, una forchetta larghissima, nella migliore delle ipotesi dovrebbe comunque governare col centrodestra o con altri accordi. Non sarebbe poi una vera vittoria. Per il resto, nessun partito ha intenzione ad andare adesso a elezioni: la Lega sta calando velocemente pur essendo all’opposizione, il Pd è cresciuto di poco, il M5S dimezzerebbe i propri seggi, Italia viva forse non arriverebbe ai 20 che oggi occupa in Senato. Le formazioni vogliono continuare la legislatura, con tutto che organizzare nuove elezioni significherebbe sia un vuoto governativo sia un grande dispendio di risorse e modalità difficili da porre in essere. Un governo tecnico potrebbe essere una possibile soluzione, ma i ricordi del precedente Monti sono ancora oggi vivi nella nostra percezione politica, in senso, spesso, negativo. Il governo tecnico nasce sempre debole, non possiede nemmeno lontanamente una qualche legittimità popolare, ha dentro di sé un grave deficit rappresentativo. Il Presidente Mattarella difficilmente si presterebbe a passare come impopolare, con i partiti stessi che perderebbero ancora più autorevolezza politica. Occorre un governo parlamentare, occorrono personalità autorevoli, non autoritarie. Occorre Mario Draghi.

L’ex presidente della Banca Centrale Europea è uomo ben visto da più parti politiche. Un governo, questo sì, di vera e propria “grande coalizione”, guidato (questa volta sì) da un tecnico. “Governo di solidarietà nazionale” evoca grandi ricordi post-bellici, ma serve davvero un grande appoggio parlamentare per poter far ripartire questo Paese. La responsabilità non può essere di uno, o di pochi, ma di molti. Ecco perciò la proposta: un governo formato da Lega, Partito democratico, Forza Italia e Italia viva, guidato da Mario Draghi. È comprensibile essere sorpresi, storcere il naso, ma di “strane” maggioranze parlamentari, in questa legislatura, ne abbiamo già viste. In fondo, come ormai è palese, i grandi partiti non sopportano più l’inadeguatezza istituzionale dei cinquestelle. Al di là delle idee, alle donne e agli uomini di Grillo e Casaleggio manca competenza, risultano ancora inadeguati; in molti devono ancora farsi le ossa in amministrazioni più piccole, per poi certamente passare a organizzazioni assembleari più rilevanti a livello nazionale.

Questo Governo Draghi sarebbe un’enorme opportunità per i partiti coinvolti, anche sul piano della rilevanza popolare e della fiducia nelle istituzioni, oltre che di per sé essere una sfida non da poco; inoltre, la possibilità di arginare sempre più le estreme e i partiti anti-establishment sarebbe a portata di mano. In fondo è questa la grande differenza tra la Lega e FdI, ovverosia il potere istituzionale (si pensi alle regioni governate direttamente dalla Lega e ai loro rapporti economici con l’Europa). Era una proposta nata ben prima della crisi da Coronavirus, ma ora diventa più di una semplice ipotesi. Quello che qualche mese fa veniva chiamato “governo dei due Matteo” può diventare realtà. Indiscrezioni riportano da più parti la volontà di escludere i pentastellati e di porre come Presidente del Consiglio una personalità che possa far sentire la sua voce in Europa. Si tratta di convincere Zingaretti e soci, che già hanno sempre poco sopportato Di Maio e i suoi, perché Renzi, Berlusconi (o chi per lui) e Salvini sono di fatto già decisi. La volontà di quest’ultimo di tornare al governo è stata da lui palesata più volte, dopo quello che, nell’agosto scorso, fu un enorme autogol. Significherebbe riuscire a inglobare in una coalizione europeista un partito che, de iure, non lo è, ma de facto basa la propria autorevolezza politica sull’appoggio industriale del nord-est, il quale ha come principale partner economico proprio quella Germania spesso bistrattata. C’è però un errore che questo nuovo governo non dovrà commettere, e cioè quello di non esporsi in prima persona con le figure più autorevoli dei propri partiti di governo; è questo un punto di debolezza, come già scritto, del Conte bis. Non potranno mancare i grandi nomi, come Renzi, Tajani, Salvini, Zingaretti, ma nemmeno altre figure navigate, come Giorgetti, Orlando, Carfagna, Bellanova, Bernini, Gentiloni, Fedriga, Bongiorno… insomma, non spetta a noi stilare la lista dei ministri, ma le personalità ci sono. Occorre un governo a grande arco composto da pesanti pietre, fatte sostenere l’una sull’altra dalla chiave di volta, Draghi. Un esecutivo di questo tipo sembra, infatti, “esplosivo”, ma può essere tenuto insieme dall’ex presidente BCE. Forse che poi Azione di Carlo Calenda non voglia entrare nell’esecutivo? Non è passata inosservata la volontà dell’ex ministro di “dare una mano”, come dice spesso, né tantomeno un ritorno, per certi versi anacronistico, a parole piene di significato ideologico che identificano Azione come “partito socioliberale”, quando proprio Mario Draghi, nel 2015, dichiarò al settimanale tedesco “Die Zeit” di avere convinzioni che oggi verrebbero definite del socialismo liberale. Chissà.

La sfida che abbiamo davanti sarà molto ardua, la crisi economica è alle porte. Di fronte a tutto questo bisogna avere un esecutivo di larga rappresentatività che sappia distribuire le responsabilità e agire con forza, ben supportato a livello parlamentare e popolare. Non basta un governo.

Serve il Governissimo.

Elio Scocco

20 anni, romano, studia Scienze Politiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Arbitro di rugby e docente volontario di Portofranco Milano Onlus, nel tempo libero legge Maigret, che ritiene essere un commissario dieci volte migliore di Sherlock Holmes.

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