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I fondi europei e la (quasi) crisi di governo

ScoccoSabato
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È il 16 gennaio 2014. Un prestante Matteo Renzi, da un palco griffato Pd, è in procinto di affermare quella frase che su Twitter tanto spopolò nell’anno dei mondiali brasiliani. “Enrico, #staisereno”. Quello che successe dopo è noto a molti: il (semi)fiorentino sostituisce il pisano a capo del Consiglio dei Ministri e inaugura il famoso e per alcuni famigerato governo dei “millegiorni”. Dopo sei anni sono cambiate tante cose: Twitter è morto, ad esempio. Il Brasile ha perso 7-1 una semifinale mondiale contro i tedeschi che, a livello di tristezza emotiva, viene chiamata “Mineirazo” in ricordo della ben più drammatica e struggente sconfitta contro l’Uruguay nel ’50. Noi ai Mondiali manco ci siamo andati, sconfitti tragicamente in una notte milanese da svedesi in maglia gialloblu. Matteo Renzi ha fatto in tempo a perdere un referendum importantissimo per il Paese ma fin troppo personalizzato, vincere di nuovo la segreteria Pd, perdere le elezioni, convincere il Partito a formare un governo coi Cinquestelle e poi minacciare di buttarlo giù. Eh già. Nel caso vi fosse sfuggito, vorrei riportarvi le esatte parole del politico di Rignano sull’Arno, rilasciate non a un media italiano, bensì al giornale madrileno El Paìs: “Se Conte chiede pieni poteri, come fece Salvini, io dico no. È un problema di rispetto delle regole e, in quel caso, toglieremo l’appoggio al governo”. Fin troppo chiaro. Vero è che, quando si parla a un giornale estero, ci si può permettere un’uscita del genere perché la cassa di risonanza è in teoria minore. Ma la minaccia non è velata. È una bilancia di pesi da guardare con attenzione: da un lato buttare giù l’esecutivo in questo momento sarebbe un Mineirazo italiano, dall’altro il sistema pensato dal premier per gestire i 200 miliardi del Recovery Fund è totalmente scollegato dalla realtà. Immaginate: 300 esperti (dicitur) coordinati da sei manager che, comunque, devono sempre fare capo a Conte. Piramidale, farraginosa, centrata sul Presidente. È fuori discussione: un sistema del genere fa acqua da tutte le parti, basti pensare alle divisioni che i 300 dovranno effettuare e alle capacità effettive di realizzazione delle politiche così decise. Che poi, decise da chi? Da un comitato di persone totalmente avulso dalla realtà elettorale e politica. Comitato che fa capo a una persona che la credibilità politica se l’è guadagnata (forse) dopo essere spuntato fuori dal nulla nel primo accordo Salvini – Di Maio. Così non va.

Accanto alla questione Recovery Fund trova ancora spazio il Mes, sul quale ancora si discute in merito alle “condizionalità” con le quali dovrebbero essere spesi quei soldi. Mi si permetta una provocazione: siamo davvero sicuri che delle condizionalità europee siano un male per l’Italia? Alla luce del sistema Contecentrico ideato dal PdC qualche sospetto sulla reale capacità di utilizzare i fondi europei in maniera corretta in realtà ce l’abbiamo. Il clima attorno a Mes e Recovery Fund è talmente alieno dalla realtà del Paese che Orfini (Pd) e Fratoianni (Sinistra Italiana) una settimana fa hanno proposto una patrimoniale. Ora, non è tanto la proposta in sé, anzi, in un periodo di estrema difficoltà per il Paese che chi abbia molto di più dia ha chi ha poco o nulla è doveroso. Dobbiamo ricordarci che se una persona è in difficoltà lo Stato (sociale) deve intervenire. Se non abbiamo queste coordinate usciamo fuori dal discorso e prendiamo anche noi la patrimoniale come qualcosa di puramente ideologico. Il problema è un altro; il problema è che la tassa patrimoniale sia l’alternativa percorribile con più facilità. Per quanto respinta e in parte ripudiata dagli stessi partiti che storicamente ne dovrebbero fare un cavallo di battaglia, per qualche giorno è anche sembrato un percorso possibile rispetto a Mes e Recovery. A regola è doveroso ricordare che il primo a proporre (implicitamente) la patrimoniale fu Matteo Salvini, quando qualche mese fa si oppose duramente ai fondi europei. Ora ha abbassato il tiro, un po’ come i sondaggi della sua Lega, quotidianamente mangiata dal nazionalismo puro di Giorgia Meloni.

Prima di tornare a Renzi e a questa aria di crisi, due parole sull’Europa. Odiata e disprezzata, alla fine i fondi veri ce li mette lei, che poi siamo anche noi. Purtroppo è un cane che si morde la coda: il liberismo tedesco e francese traina un’Europa che quando parla di fiscalità ed economia comune in generale ha l’urticaria; liberismo che, è bene ricordarlo, non guarda MAI con favore il massiccio intervento statale e istituzionale in periodo di crisi. In fin dei conti, come si è tutti atei finché l’aereo non comincia a cadere, si è tutti liberisti fin quando la situazione non precipita. Forse il buon vecchio John Maynard Keynes ha ancora qualcosa da insegnarci.

Che Renzi sia un po’ l’ago della bilancia è vero. Purtroppo. Sta provando a fare il Craxi della situazione, il partito al 10% che a modo suo riesce a comandare. Il problema è che Italia Viva la scorza del Psi mica ce l’ha (anche se ci si è unito in parlamento) e il 10% è un lontano miraggio. Elemosinerà una legge elettorale proporzionale e con una bassa soglia di sbarramento, perché altrimenti Camera e Senato sono solo utopia per lui e per i suoi. Non dobbiamo però cadere nella facile trappola del “Renzi cattivone”. Che Conte stia prendendo un po’ troppe libertà è vero: l’utilizzo reiterato dei Dpcm è una forzatura e del parlamento e del Consiglio dei Ministri. Italia Viva qualche risultato l’ha portato a casa, leggere alla voce Family Act. Nel frattempo i Cinquestelle si sgretolano e il Pd è in morte apparente. È desolante vedere come un partito come quello del Nazareno sia capace ormai solo di stendere proposte morali e non politiche. Condivisibili o meno le idee, il Pd si esprime solamente sulla moralità del Paese. Sui social è tutto un ringraziamento: ai medici, a Mattarella, a Papa Francesco. Per carità, va bene, ma c’è altro? No, non c’è. E allora sì, Renzi è cattivone perché dice qualcosa, ma Zingaretti e i suoi cosa sono? Forse sarà proprio quest’immobilità a salvare l’esecutivo.

Elio Scocco

20 anni, romano, studia Scienze Politiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Arbitro di rugby e grande appassionato di sport, nel tempo libero legge libri e gioca a scacchi, con pessimi risultati.

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