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I costi ecologici del digitale

Attualità
Ecologia e digitale
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Dominare le trasformazioni prodotte dalla sua azione nel mondo, è sempre stata la più grande pretesa dell’uomo; a volte è riuscito nel suo intento, altre volte meno. Con gli ultimi decenni abbiamo assistito ad una vera e propria rivoluzione portata dal digitale, al pari di quelle industriali dei secoli passati, ma capace di concentrare la ricchezza prodotta nelle mani di sempre meno soggetti, sempre più privilegiati. Anche l’impronta ecologica che quotidianamente l’utilizzo di internet imprime a fondo sul pianeta è molto più impattante di quanto si pensi, e i suoi risvolti sociali talmente pervasivi da risultare quasi invisibili.

Per far funzionare il sempre crescente apparato di server, cavi, centrali dati e router che dalla società iperconnessa odierna puntano a sviluppare in un prossimo futuro l’internet delle cose, è richiesto un enorme consumo di suolo, impiego di minerali rari (spesse volte provenienti dall’Africa, con tutti i noti problemi di sfruttamento economico, lavoro minorile e generazione di conflitti armati) e plastiche, dispendio di energia elettrica. Enorme e sempre crescente. Questa energia, nonostante rappresenti solo una parte del più vasto sistema inquinante, è spesso prodotta ancora da fonti altamente dannose come il carbone o altri combustibili fossili. Fortunatamente, si stanno sviluppando progetti di sensibilizzazione e contrasto.

Fairphone è un esempio, che punta alla riparazione e alla nuova distribuzione di telefoni giudicati troppo frettolosamente obsoleti, salvaguardando le materie prime e le risorse impiegate nel ciclo produttivo garantendo il massimo riuso delle componenti. Ecosia è un nuovo browser nato con la promessa di utilizzare le ricerche degli utenti per piantare alberi. Viene quindi da pensare: se si mobilitano aziende e ONG con simili iniziative, il debito ambientale generato è davvero così profondo da richiedere interventi di portata globale? Sì. E aumenterà sempre di più. Basti pensare che nella classifica globale dei settori responsabili di immissioni nocive in atmosfera, il digitale ha ormai superato il traffico aereo.

Sono state prodotte diverse stime per contrastare il luogo comune dell’intangibilità di internet, con esempi vicini al quotidiano per facilitare la comprensione di tutti. Un paio di ricerche su Google richiedono la stessa energia necessaria per far bollire una tazza d’acqua. Dieci email inquinano più di un kilometro percorso in auto. Se poi al singolo messaggio di posta elettronica si volesse aggiungere un allegato di 1 MB, si assorbirebbe l’equivalente energetico di una lampadina ad incandescenza da 60W accesa per mezz’ora, immettendo circa 20g di anidride carbonica in atmosfera. “L’idea, la parola e soprattutto l’icona del cloud” dice emblematicamente Marco Morosini “è la maggior impostura dell’industria digitale. Quella nuvola dovrebbe essere nera”.

La giusta domanda da porsi adesso non è se sia giusto o meno continuare ad usare gli strumenti che il progresso della tecnica ci ha messo a disposizione. A fare la differenza, veramente, sarà un uso corretto e responsabile che d’ora in avanti potremo decidere di fare del mondo virtuale. Cancellare tutti i vecchi account su forum e social network ormai dimenticati potrebbe aiutare, così come revocare l’iscrizione a quelle mailing list che non ci interessano più (perché limitarsi ad eliminare i messaggi indesiderati non basta). Anche digitare direttamente l’URL che ci porti ad un sito conosciuto invece di passare sempre da un motore di ricerca può tradursi una pratica salutare. Il futuro è letteralmente nelle nostre mani.

Riccardo Frascolli

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