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“È l’ora più buia” ma “andrà tutto bene”

Attualità
La reazione balconi
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Le frasi ricorrenti della nuova emergenza, le risposte degli Italiani

Emergenza, epidemia, pandemia, letalità, quarantena, parole che sentiamo continuamente, sappiamo a memoria. Vengono ripetute con cadenza martellante, ma ci sono anche delle frasi, degli slogan, profondi e rilevanti per tutti, di portata storica.

Nell’atto di applicare leggi senza precedenti il Presidente del CDM Conte ha usato la prima frase ricorrente in questi ultimi tempi: “siamo nella nostra ora più buia”. Quest’ultima è una citazione diretta a Winston Churchill, Primo Ministro anch’egli, che la usò invece nei prodromi del coinvolgimento della sua Nazione nel conflitto armato più sanguinoso che la storia umana abbia conosciuto. Un parallelismo molto forte, ma usato in maniera magistrale, perché ci fa rendere conto della situazione, per quanto possa destare timore: noi siamo in guerra. Le restrizioni a cui siamo sottoposti sono, secondo i miei parenti più anziani, simili alle leggi marziali in vigore a Roma durante il secondo conflitto mondiale.

Un altro insieme di dichiarazioni cerca invece di passare il messaggio riguardante come far fronte a questa situazione. La risposta è univoca, unanime: insieme. Viribus unitis, l’unione fa la forza. Questo il modo.

Pochi giorni or sono era la festa dell’Unità d’Italia. In particolare pensando al contingente che stiamo attraversando, siamo chiamati all’unità. “Il clima di difficoltà, di incertezza e di sofferenza che stiamo vivendo rende ancora più stringente la necessità di unità sostanziale di tutti i cittadini attorno ai valori costituzionali e ai simboli repubblicani”, sono state le parole del Presidente della Repubblica. E conte ricalca: “Mai come adesso l’Italia ha bisogno di essere unita. Sventoliamo orgogliosi il nostro tricolore. Intoniamo fieri il nostro inno nazionale. Uniti, responsabili, coraggiosi. Tutti insieme per sconfiggere il nemico invisibile.”

Il concetto che mi colpisce di più è “Unità”. È sempre stata una parola non gradita agli Italiani: il nostro stesso inno recita “noi fummo da secoli calpesti, derisi, / perché non siam popolo, perché siam divisi”. In politica non c’è mai stata pace. Da Berlusconi – Occhetto a Renzi – Salvini; mi verrebbe da aggiungere Morgan e Bugo, tè alla pesca e tè al limone.

Ma questa volta ci siamo fatti sentire, uniti come mai prima d’ora.

Il web è stato invaso da post che esprimono vicinanza, le app di messaggistica da catene e flash mob, le finestre da tricolori, la malinconica ora del tramonto da musica, inni, canzoni Italiane della tradizione, cantate talvolta in coro da interi condomini di persone che prima a malapena si parlavano. Sono partite donazioni, i medici stanno mettendo tutti se stessi. La nostra redazione ha voluto mettere insieme un video, di cui vi lascio il link alla fine dell’articolo, di tutte le bandiere, i disegni, i piccoli riti che, da concittadini, abbiamo ideato per far passare la noia e rompere la monotonia della reclusione impostaci dal momento.

In questo contingente drammatico, come dopo le tragedie sismiche degli scorsi anni, a me sembra che la consapevolezza, portataci da un virus senza precedenti alcuni, della instabilità e della caducità delle nostre vite ci abbia portato a guardarci l’un l’altro come umani, prima di tutti gli attributi – di destra o di sinistra, alto o basso, del Nord o del Sud – e come Italiano. Spero ardentemente che tutto questo non rimanga il calore di un momento, una moda frivola e passeggera.

Un altro slogan esemplare è “Andrà tutto bene”. Ormai un tormentone, quest’ultimo non è una dichiarazione di illuso ottimismo, ne un trascurare il presente, come coi paraocchi, da ignari o ignoranti. È piuttosto un atto di fiducia incondizionata nei confronti dei medici, degli infermieri, dei lavoratori, un’entrare a far parte di quell’unità di persone consapevoli e ottemperanti della legge che sicuramente salverà il paese. L’ashtag “Io resto a casa” è un tormentone al servizio della legge, una presa di posizione non di certo eroica, ma almeno ubbidiente e consapevole .

Ho letto invece un articolo su InCrescita di Antonio Maria Barbieri in cui si crea un’altra frase, potenzialmente un altro tormentone. La sua prima parte esprime ciò che, in effetti, tutti pensiamo. Del Coronavirus ne abbiamo fin su i capelli. È normale che sia così, perfettamente normale. Come potrebbe non essere così? Le ripetizioni infinite, l’ informazione statica, le conversazioni monotematiche.

Ma è anche vero che non c’è nulla di ipocrita nel non dire che ci ha rotto, così come non c’è nulla di anticonformista nel dirlo. Non dirlo, specie se il proprio livello di coinvolgimento è quello di sottostare alle disposizioni di quarantena e riduzione degli spostamenti al minimo, è secondo me la cosa migliore da fare.

Non dirlo è un atto di rispetto nei confronti di tutte quelle persone che ti potrebbero rispondere di rimando “beh, pensa a me”, ovvero medici, infermieri, farmacisti, che lavorano in prima linea ogni giorno, e tutti i lavoratori che sfidano ogni giorno il tasso di contagio per portarci cibo e altri generi di prima necessità. Loro sono gli unici che possono fare affermazioni di quel tipo, anche perché – so che è amaro da dire – ma sono loro i veri eroi: non c’è, alla fin fine, tanto di eroico nel lavorare o nello studiare da casa. Non che sia colpa nostra, ovviamente, ma non scordiamoci che se loro stanno in trincea, noi siamo nei bunker cittadini, o al massimo nelle retrovie.

Andiamo avanti, uniti, da fratelli d’Italia. “Raccolgaci un’unica bandiera, una speme! / Di fonderci insieme già l’ora suonò.

Emanuele

Adolescente Romano, frequento il liceo scientifico ma con una grande passione per Storia e Filosofia. Tennista e fan del Trono di Spade, penso che la logica e la conoscenza sono le due lenti per non vedere il mondo sfocato.

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