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Conte e Renzi, i Democristiani

ScoccoSabato
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Prepariamoci al Conte Ter. Renzi sta uscendo sconfitto dal confronto acceso contro il premier. Il politico fiorentino aveva confidato su alcuni risvolti possibili della crisi di governo: che non si sarebbe andati a nuove elezioni, che non si sarebbero trovati i fantomatici “responsabili” a salvare Conte, che tra questi “responsabili” non ci fosse nessuno dei suoi di Italia Viva. In merito al primo punto aveva ragione su tutta la linea: nessun partito, a parte Fratelli d’Italia, ha intenzione di affrontare una tornata elettorale in anticipo rispetto a quella prevista nel 2023. Questo non certo per senso di responsabilità nei confronti del Paese, ma per cercare di salvare quattro poltrone che certamente andrebbero perse con un nuovo voto, causa referendum sul taglio dei parlamentari. Da 945 si passa a 600. Recisi di netto. Non è demagogia, ma “le parole sono importanti” diceva Nanni Moretti nel mitico “Palombella Rossa”, un film su un dirigente del vecchio Pci che si ritrova causa incidente senza memoria. Un film di trent’anni fa, ma che rispecchia bene il momento odierno. Quel Pd, figliastro anche (ma non solo) del Pci non ha perso tempo a celebrare tutti i possibili sostenitori di un terzo mandato contiano con l’espressione “responsabili”; “voltagabbana”, “traditori”, “poltronari” sarebbero stati termini più accurati in altri tempi e con altre maggioranze. Che il momento sia grave e pesante, pieno di insidie e di sfide da affrontare è noto a tutti, ma celebrare dei parlamentari pronti a sostenere una maggioranza raccogliticcia per tenere in piedi una legislatura sembra davvero un’operazione da politicanti. Eppure sono “responsabili” a quanto pare. Renzi ha rischiato, credeva che i numeri non si sarebbero trovati. Martedì vedremo tutti se ha avuto ragione lui o no, ma pare essersi dimenticato dell’unico grande comandamento della politica italiana: si muore tutti democristiani.

Le speranze del democristiano Conte, messo in crisi dal democristiano Renzi, sono affidate ai democristiani rimasti in Parlamento. Soprattutto al Senato. Alla fine il discorso torna sempre allo stesso punto quando si parla di salvare un governo: guardare al centro, chiamare uno a uno i nomi della vecchia guardia, convincerli ad appoggiare un esecutivo che, teoricamente, fino al giorno prima hanno sempre avversato. Tanto, come ha detto Franceschini, altra vecchia volpe, sono “responsabili”. Le opzioni sul tavolo non sono poi così tante. Il centrodestra non ha i numeri per governare, nemmeno con un ipotetico funambolico appoggio di Renzi. Anche se ci fossero nuove elezioni, poi, il centrodestra non sarebbe così sicuro di vincere; innanzitutto bisognerebbe vedere con quale ordine i tre partiti arriveranno al risultato elettorale, se sarà Giorgia Meloni o Matteo Salvini il leader del partito vincente. In secondo luogo poi, se si andasse a votare con il Rosatellum, l’attuale legge elettorale, ci sarebbe ben poco da festeggiare per il centrodestra: una possibile alleanza Pd-M5S-Lista Conte riuscirebbe ad aggiudicarsi senza troppe difficoltà tutti i collegi uninominali da Bologna in giù. La Lista Conte, sì. Non è mistero che l’attuale Presidente del Consiglio goda di un consenso abbastanza strutturato. Da un lato, il suo ruolo istituzionale ha indotto molti a compattarsi sulla sua figura in questo lungo periodo di emergenza. Dall’altro lato, Conte è un punto di riferimento proprio per i vecchi democristiani, i quali vedono in lui una buona possibilità per essere rieletti. Le indiscrezioni parlano di una lista chiamata “Insieme”, che certamente non piacerà a Di Maio e soci. Ma forse neanche a Zingaretti. Conte ha ancora qualche cartuccia da sparare. A partire dalla scissione di Italia Viva.

Il terzo assunto renziano, l’implicito “nessuno dei miei può tradirmi”, sembra essere in discussione. Feroce. Alcuni parlamentari di Italia Viva, soprattutto coloro che non sono fuoriusciti dal Pd, bensì quelli raccolti da altre formazioni, si stanno convincendo a votare la fiducia a Conte. Hanno anche loro paura di non essere rieletti, con un partito al 3% che non sembra proprio riuscire a crescere. Immaginiamo. Conte si presenta a Palazzo Madama e viene salvato anche dai parlamentari di Renzi. Sarebbe uno sganassone memorabile. Non ce ne voglia Renzi, ma sarebbe effettivamente una scena tragicomica: sarebbe la fine politica definitiva del politico di Rignano sull’Arno, e una vittoria senza precedenti per Conte. L’uomo per il quale, alla fine, praticamente tutti i partiti hanno espresso fiducia negli ultimi tre anni. Qualche forzista di Berlusconi ha espresso la volontà di votare la fiducia, e anche qui il motivo è lo stesso dei parlamentari di Italia Viva. La paura. Altro che la responsabilità invocata dalla sinistra e da Marco Travaglio! La paura di rimanere col fondoschiena adeso allo scranno. Ve lo scrive uno, il sottoscritto, che giusto qualche mese fa aveva invitato tutti i propri lettori a votare convintamente per il “No” al referendum sul taglio dei parlamentari, sostenendo che non si poteva procedere per assunti demagogici, e sarebbe pronto a rifarlo ancora.

Ciò che sta accadendo ora ha conseguenze tragiche non solo dal punto di vista dei fondi europei – il Conte bis era oggettivamente fermo e recalcitrante nei confronti di Mes e Recovery fund, su questo Renzi ha pienamente ragione – ma anche sulla posizione che si può assumere di fronte alla crisi in atto. Per quanto sia divertente scrivere, trattare, discutere di politica e di accordi talvolta sottobanco, la situazione del nostro Paese è tragica. Siamo il Paese in Europa col più alto tasso di morti rispetto alla popolazione; la distribuzione dei vaccini è efficiente rispetto al piano ma insufficiente e troppo lenta; dobbiamo ancora scrivere un reale piano di utilizzo del Recovery prima che si arrivi alla scadenza fissata della presentazione. La questione Renzi vs Conte è, di per se stessa, un caso particolare. Ciò che colpisce non è tanto che Conte perda la fiducia, ma che il governo di un Paese occidentale, democratico e liberale, possa anche solo pensare di perdere la fiducia e cadere nel bel mezzo di una pandemia globale che ha ucciso più di ottantamila cittadini nel proprio Paese e due milioni nel Mondo. In nessun Paese al mondo si sta discutendo se buttare giù l’esecutivo in un momento del genere, non ci sono proprio i presupposti. Non è solo cultura, è legislazione, è come è stato pensato il nostro sistema. Il parlamentarismo schietto non è un problema per alcuni, guardiamo il caso spagnolo: in Spagna il governo Sanchez II sta governando con 167 seggi su 350. La maggioranza è a 175. Gode dell’appoggio esterno di due partiti regionalisti, uno catalano e uno basco. Situazione esplosiva, ma non cade. Non sono mica tedeschi, non vale l’assunto “in Germania funziona tutto meglio”. Sono Spagnoli, latini, mediterranei, di fatto siamo fratelli. Da noi invece un governo può cadere in un periodo di totale emergenza. Sotto lo scacco di un partito sotto il 3%. Beninteso, non è mica colpa solo di Renzi: negli ultimi mesi il governo Conte s’era totalmente impantanato nella gestione unica della pandemia, con risultati discreti. Eppure il governo è in discussione, e se si salverà sarà grazie a un nuovo gruppo parlamentare davvero insulso. Non si riesce nemmeno a parteggiare per qualcuno: la situazione è grave e si è più sconsolati che altro.

Elio Scocco

20 anni, romano, studia Scienze Politiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Arbitro di rugby e grande appassionato di sport, nel tempo libero legge libri e gioca a scacchi, con pessimi risultati.

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