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Chi è il premier ungherese Viktor Orban, che ha trasformato il suo paese in una dittatura

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Il 31 marzo scorso, mentre il mondo intero era paralizzato da una pandemia di coronavirus che non sembra dare segni di miglioramento, in Ungheria il presidente del consiglio in carica Viktor Orban si faceva assegnare pieni poteri a tempo indeterminato dal suo parlamento, con il pretesto di “fronteggiare l’epidemia di “Covid-19”.

Questo significa che il premier potrà governare per decreto da solo e senza contestazioni. Inoltre, il decreto approvato in parlamento prevede la sospensione immediata delle elezioni, il carcere per chi fa disinformazione sull’epidemia o sul governo e solo Orban stesso potrà decidere quando questo fittizio “stato di emergenza” avrà fine.

Per capire come il parlamento di uno stato formalmente democratico abbia potuto approvare tali risoluzioni, però, è necessario fare un passo indietro negli anni e capire la situazione politica ungherese negli ultimi anni, partendo proprio dalla “discesa in campo” del premier.

Viktor Orban fece il suo ingresso in politica da giovane, a 26 anni, cavalcando l’onda delle cosiddette “rivoluzioni del 1989”, anno nel quale diversi paesi dell’Europa centrale e dell’est, fra i quali l’Ungheria, rovesciarono pacificamente i governi di stampo comunista che ne erano a capo. 

Dopo il rovesciamento del governo vigente, quindi, Orban diventò capo del movimento studentesco riformista noto come “Alleanza dei giovani democratici”, che si sarebbe poi tramutato nel partito Fidesz. Nel 1990, poi, venne eletto nell’Assemblea nazionale ungherese, e sotto la sua guida il partito passa da posizioni liberiste, europeiste e di centro-destra moderato ad una destra radicale, fortemente nazionalista ed autoritaria.

In seguito alle elezioni politiche del 1998, Orban, pur essendo arrivato secondo dopo il Partito Socialista Ungherese di Gyula Horn, riesce a diventare per la prima volta presidente del consiglio, essendosi assicurato, in virtù della particolare legge elettorale ungherese, più seggi dei competitori nonostante il numero inferiore di voti.

Già nei primi mesi di governo, Orban si attirò numerose critiche per aver deciso nel febbraio 1999 che le sessioni plenarie dell’Assemblea nazionale unicamerale si tenessero solo ogni tre settimane. Di conseguenza, secondo gli argomenti dell’opposizione, l’efficienza legislativa del parlamento e la capacità di controllare il governo furono significativamente ridotti.

Nel 2002, poi, tornarono al governo i socialisti ed Orban fu il leader dell’opposizione per 8 anni consecutivi. Pochi mesi dopo la riconferma del premier socialista in carica, più precisamente il 17 settembre 2006, uno scandalo sconvolse l’intera nazione ed in particolare il partito socialista: dopo una riunione a porte chiuse del partito, infatti, emerse una registrazione dell’attuale premier Ferenc Gyurcsány che confessa di aver deliberatamente nascosto ai cittadini la disastrosa crisi economica che stava attraversando il paese in quel periodo e di aver vinto le recenti elezioni solo grazie a delle spudorate bugie.

In tutta l’Ungheria infuriarono proteste che chiedevano a gran voce le di dimissioni del governo che tuttavia restò in carica, subendo però tremende sconfitte elettorali nelle elezioni amministrative del 2006 e nelle elezioni europee del 2009, nelle quali vinse il leader del Fidesz con un ampio margine.

La conferma finale del potere di Orban arrivò nel 2010, quando il suo partito ottenne la maggioranza parlamentare più solida dopo la caduta del muro di Berlino, aggiudicandosi 263 seggi sui 386 disponibili e dando così vita al governo Orban II.

Da quel momento in poi Orban è sempre stato a capo dell’Ungheria e in questo periodo di tempo ha varato numerose e radicali riforme nei più disparati ambiti, che lo hanno portato a rendere l’Ungheria uno stato sempre più autoritario, facendo notevolmente regredire la democrazia in favore di quella che lui stesso definisce “una democrazia illiberale”.

Durante i governi Orban II, III e IV, infatti, il governo a trazione Fidesz ha approvato riforme costituzionali che, fra le altre cose:

  • Limitano la libertà di espressione se volta a danneggiare una non precisata “dignità nazionale”;
  • Sopprimono i dibattiti pubblici televisivi e tagliano i fondi alle poche televisioni indipendenti;
  • Esautorano notevolmente la Corte Costituzionale;
  • Aboliscono molti diritti civili quali l’unione tra coppie dello stesso sesso.

Oltre alla distruzione de facto della democrazia liberale, Orban ha varato riforme che hanno fatto letteralmente a pezzi il welfare ungherese, tagliando miliardi di euro alla sanità e all’istruzione, unendo i ministeri competenti in un unico e confuso Ministero del Welfare e approvando la tanto acclamata flat tax, ovvero l’introduzione di un’aliquota relativamente bassa e fissa per tutti, che ha inginocchiato le classi più povere e deboli ed ha agevolato notevolmente le classi più abbienti.

Inoltre, Orban, seguendo l’esempio di molti altri governi sovranisti e di estrema destra, ha attuato una politica inflessibile nei confronti dei migranti in nome di una fantomatica e assolutamente non giustificata “emergenza migratoria”, che ha portato il governo a spendere enormi risorse nella costruzione di una barriera di filo spinato alta 3 metri e lunga centinaia di chilometri lungo i confini ungheresi, pattugliata giorno e notte da 10000 militari.

Non si può negare che l’Ungheria negli ultimi anni abbia assistito ad una forte crescita economica, con un aumento del prodotto interno lordo del 4%, ma anche questo apparente successo dell’amministrazione Orban è merito non dell’amministrazione stessa, ma del recente ingresso del paese nell’Unione Europea, che, grazie alla libera circolazione di merci e persone ed ai miliardi di euro annuali che elargisce alle nazioni appena entrate, fa crescere da sempre le economie più fragili.

Il problema di questi fondi, che dal 2014 ad oggi ammontano a più di 34 miliardi di euro più una parte dei 65 miliardi che l’Unione spende in sussidi agricoli, è che solo il 20% di essi finisce nelle mani dei cittadini, mentre il restante 80% finisce, direttamente od indirettamente, nelle tasche di Orban e degli oligarchi che lo circondano e lo sostengono, venendo così a creare un’enorme disuguaglianza sociale ed un tasso di corruzione a dir poco spaventoso. 

Francesco Parascandolo

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