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Amici mai (?)

Politica nazionale
Zingaretti,Renzi, Calenda
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Agosto 2019. Una classica estate italiana: spiaggia, gelatini, tormentoni estivi, musica spagnola “così non mi sforzo a seguire le parole”, amori temporanei e una crisi di governo. Tipico. La crisi istituzionale sotto l’ombrellone è arrivata all’improvviso, regalando agli italiani quelle emozioni che, un anno prima, in Russia, non avevano potuto vivere causa sconfitta contro la Svezia. Poco più di tre mesi, ma sembra una vita fa: Salvini scarica Conte, quest’ultimo sfodera un discorso con il quale (non si capisce bene come) recupera un largo consenso a sinistra; subito dopo, una sinistra che si dimentica dei decreti sicurezza, probabilmente mai protagonista di un’efficace opposizione, si allea con il Movimento 5 Stelle. E i tre nell’immagine, fino a quel giorno, stavano insieme. Non certo il migliore dei ménage a trois: quel Partito Democratico aveva assunto una forma esagerata, al di là delle sue capacità. Per quanto tendiamo a percepire questa politica contemporanea come post-ideologica e priva di ideali, per quanto in molti mettano in discussione la differenziazione dello spettro politico da destra a sinistra, anche quel “liberalismo ormai buono anche per la sinistra” di Giorgio Gaber ha fatto esplodere il principale partito non di destra italiano. Sembra una vita fa, ma quello era il principale partito di opposizione. E oggi? Fra i tre non c’è mai stato vero amore. Era possibile vederli tutti insieme ancora per un po’? Probabilmente no, ma quello che ci interessa e vedere come stanno oggi, a grandi linee; perché è vero che si sono lasciati, ma “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”; tradotto: l’alleanza strutturale Pd-M5S è fallita, lo stesso governo non versa in buone condizioni, e Calenda, Renzi e Zingaretti potrebbero trovarsi ancora una volta insieme, forse divisi nelle varie liste, ma in coalizione. In coalizione contro qualcosa e non a favore di qualcosa, non è mai una buona idea. Analizziamo i due punti.

1) Sì, a qualcuno potrebbe dispiacere, ma l’alleanza strutturale Pd-Cinque Stelle non solo è fallita, ma è stata qualcosa di difficile spiegazione; un partito che fino a pochi mesi prima veniva considerato di estrema destra, di punto in bianco viene incluso in una coalizione di sinistra, a combattere quelle idee e quelle leggi approvate poco tempo addietro. Una palese contraddizione. L’alleanza alle elezioni regionali non poteva così essere spiegata facilmente basandosi sugli ideali, lato sensu, dei due partiti.  Le motivazioni erano di altra natura: contrastare il centrodestra (leggi: Salvini) e cercare in qualche modo di legittimare il proprio potere al governo. Renzi aveva avuto la possibilità di farlo con le elezioni europee del 2014. Le regionali umbre hanno provato ad assumere lo stesso ruolo. Di fatto, l’idea di poter giustificare il governo giallorosso tramite una votazione strettamente regionale rappresentava per Di Maio e Zingaretti una sorta di redenzione: provare di fronte a tutti che il nuovo governo non era nato solo per un accordo di palazzo, per una divisione del potere, per impedire ai due partiti di fallire alle possibili elezioni anticipate. Ecco, visti i risultati, constatato il crollo del Movimento di Beppe Grillo, è difficile che i vertici del Pd cerchino ulteriormente il suicidio alleandosi di nuovo con i pentastellati. Vero è che la sinistra molto spesso ami l’autolesionismo, il compiangersi e l’autocommiserazione; abbiamo visto fin troppe “analisi della sconfitta”, tipiche della sinistra politica. Se non vi è una vera proposta, ma solo un’opposizione sfrenata contro qualcosa o qualcuno, difficilmente si potrà acquisire fiducia. Urlare “al lupo!” non è un buon metodo di procedere: può funzionare una volta, per limitare i danni alle elezioni europee, due volte, per riuscire a formare un nuovo governo senza tornare a elezioni, ma già alla terza volta questo sistema è destinato a crollare.

A latere: il Movimento 5 Stelle è nato dalle compagini reazionarie di destra e sinistra: cercare di incasellarlo in una delle due sfere è inutile oltre che dannoso. Questa ambivalenza è ciò che, alla lunga, ha fatto crollare il Movimento stesso.

2) Di fatto, una nuova alleanza fra questi tre uomini è possibile. All’elettorato spetterà scegliere se ciò è una cosa buona per il Paese o meno. Si parla di una coalizione spigolosa, formata da due partiti appena nati e uno morente. Infatti, se Azione e Italia Viva, quest’ultimo con più difficoltà, possono ambire ad avere una considerevole fiducia di una parte dell’elettorato, il Partito democratico si trova in condizioni pietose. È un accumulo di personalità senza idee, ormai sfibrate dal governo con i 5 Stelle, ai quali ormai sono praticamente assoggettati. Non è questione di un partito che svaria da Lorenzin a Boldrini, non è il fatto di essere un contenitore pluralista: il problema è che questo contenitore è vuoto. Cerca di rifarsi la facciata con un nuovo statuto, provando a riavvicinarsi al fantomatico “elettorato di sinistra”, ma non vi è più nulla al suo interno. Non sappiamo se potrà mai rinascere, ma in questo momento è distrutto. In tutto questo, Renzi sta dialogando con l’altro partito distrutto del Parlamento italiano, Forza Italia, cercando anche lei l’altro fantomatico “elettorato moderato”. Questi schemi sono saltati. Pensare di poter creare una nuova Dc e un nuovo Pci è follia anacronistica. Non a caso, il primo partito italiano è proprio quello che più di tutti ha fatto saltare gli schemi: la Lega, fino a non molto tempo fa, era Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, e oggi è il partito nazionalista italiano per antonomasia. Umberto Bossi è il presidente perpetuo di un partito che ogni giorno richiama “i patrioti” all’onore della grande nazione italiana. Gattini con Salvini è oltre il 30% perché ha saputo rinnovarsi e superare alcuni schemi precostituiti, magari tornando indietro di qualche decennio, ma pur sempre cambiando. Calenda, Renzi e Zingaretti si trovano dall’altro lato, divisi tra la voglia di potere e la ricerca ossessiva di consenso. Per non sparire nel nulla.

Elio Scocco

20 anni, romano, studia Scienze Politiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Arbitro di rugby e docente volontario di Portofranco Milano Onlus, nel tempo libero legge Maigret, che ritiene essere un commissario dieci volte migliore di Sherlock Holmes.

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