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Americani

Attualità Politica internazionale ScoccoSabato
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Donald J. Trump ha scatenato il putiferio: Mr. President sostiene l’irregolarità del conteggio dei voti per posta, quando proprio lui scoraggiava i suoi elettori di votare per corrispondenza. Cantata e suonata da solo. Joe Biden è il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti, per l’infelicità di Salvini e la felicità dei social. Eh sì, perché nel caso non ve ne siate accorti Instagram e Facebook erano tutti per l’uomo di Scranton. Queste sono state le prime elezioni di un Paese estero dove gli italiani hanno fatto campagna elettorale attiva per uno dei due candidati. Cosa spinge ragazze e ragazzi di vent’anni a dire ai propri followers di andare a votare per le elezioni USA? Cinisello Balsamo non è in Oklahoma, e il voto dell’Arizona non è stato deciso a Frascati. O Caltanissetta è vicina a Miami o qui c’è qualcosa di diverso dal solito. L’elezione americana è già di per se stessa uno spettacolo televisivo, con i suoi “grandi elettori” che tengono incollati alle news milioni di persone da tutto il mondo. È qualcosa di voluto. Borges sosteneva che gli USA, non potendo esprimere una propria storia epica a differenza degli europei – la loro è legata indissolubilmente a uno dei più efferati genocidi mai visti sulla faccia della Terra – se la sono dovuta creare; e quindi giù con Hollywood e lo sport, fino alla politica spettacolarizzata delle grandi convention. Uno show che in Italia si è visto, e non poco, in tv e sui social.

Innanzitutto, i vari stickers e slogan che invitavano al voto erano assolutamente pro-Biden; si cercava in questo modo di convincere due tipologie di persone americane ad andare a votare: in primo luogo, gli svogliati delle classi medie che da molto non si presentavano ai seggi e, in secondo luogo, tutti i possibili elettori delle minoranze discriminate che (teoricamente) i Democratici s’impongono di difendere i quali, anche loro, di solito non sono molto invogliati ad andare a votare. Sembra essere una strategia mediatica efficace. Biden è effettivamente riuscito a passare agli occhi degli statunitensi e non come l’uomo che proverà sul serio ad azzerare il problema razzismo negli USA, tant’è che molti suprematisti bianchi si sono messi di traverso (armati) rispetto ai risultati. Qualche mese fa, quando scrissi “The American Scream”, recitavo così: “Biden, con occhio giustamente politico, salirà sul carro dei difensori del genere umano”. Così è stato. E così ventenni di Roma e Milano hanno fatto stories dove incitavano i propri followers italiani di votare per Joe. Fa quasi ridere per la sua inutilità, ma così è andata e così si sperava che andasse. Zuckerberg non aveva certo intenzione di passare come l’uomo che ha fatto salire al potere uno dei presidenti più pericolosi di tutti i tempi (secondo il pensiero dei media principali). Ecco allora stimolare il voto per i motivi sopra accennati. Con questo però, sia chiaro, non voglio affermare che la vittoria di Biden sia stata illegittima: i Democratici hanno vinto utilizzando i media del proprio tempo, con saggezza e spendendo adeguatamente dollari e relazioni di potere. Quando parliamo degli Stati Uniti dobbiamo essere consapevoli del fatto che gli scontri quotidiani, il tasso di omicidi e l’indubbia discriminazione di alcune classi sociali ed etnie per noi italiani sono le avvisaglie di una guerra civile. Non è un Paese normale, e vincere come si potrebbe vincere in Italia non è possibile.

La politica degli Stati Uniti è però ancora oggi decisa dai discendenti britannici e tedeschi. Biden ha vinto, per esempio, in Pennsylvania. Questo Stato americano fondato dal quacchero William Penn è popolato per l’82% da whites. L’etnia più presente è, in particolare, quella dei tedeschi, i Deutschamerikaner arrivati dalla Mitteleuropa e dei quali fa parte anche Donald Trump. Ecco, in Pennsylvania, dove solo un abitante su dieci è afroamericano, ha vinto Biden. Nel 2016 vinsero i Repubblicani. La Pennsylvania è uno degli Stati che hanno cambiato direzione rispetto alla scorsa tornata elettorale. Insomma, lo Stato decisivo, sebbene solo con una manciata di voti, ha portato Biden alla Casa Bianca. In molti s’interrogheranno sul voto ispanico in Florida, dove un abitante su quattro ha origine centro-sud americane. Eppure, per uno Stato per il quale molto si deve indagare, ve n’è un altro dove l’analisi sembra essere superflua: il Michigan, Stato che a una analisi demografica presenta percentuali di poco variate rispetto a quelle sopra riportate per la Pennsylvania, quattro anni fa fu una vittoria decisiva e simbolica per Trump, mentre oggi è una riconquista dei democratici. Lo stato più operaio del Paese (si pensi alla sola Ford che produce nei sobborghi di Detroit) e che è sempre stato dalla parte dei Dem, quasi un lustro addietro non diede fiducia a Hilary Clinton. Oggi gli Whites hanno evidentemente cambiato idea: Trump ha perso queste elezioni, e le ha perse malamente, perché solitamente il ricambio democratici-repubblicani avviene sul doppio mandato. Non è riuscito a gestire l’ondata del Covid-19 come molti americani speravano. Il movimento del Black Lives Matter, poi, se l’era ormai preso Biden come proprio baluardo. Trump ha perso, e i tentativi di ribaltare il risultato per vie legali saranno vane.  

L’ultima considerazione è però quella che più ci riguarda da vicino. Semplicemente il fatto di essere qui a leggere qualche riga di commento sulle elezioni americane denota quanto gli Stati Uniti siano ancora il Paese egemone quantomeno nell’Occidente. Vero è che la Cina sta allargando il proprio raggio d’azione – si pensi agli hub con i quali sta prendendo possesso dei maggiori porti africani – ma il nostro sguardo è rivolto sempre in primis agli USA e poi, solo dopo, ad altre nazioni. Atlantisti per natura, noi italiani, noi europei.

Elio Scocco

20 anni, romano, studia Scienze Politiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Arbitro di rugby e docente volontario di Portofranco Milano Onlus, nel tempo libero legge Maigret, che ritiene essere un commissario dieci volte migliore di Sherlock Holmes.

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