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Al referendum io voto “No”

Attualità Politica nazionale
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Ho deciso di espormi in prima persona, non certo per affermarmi come essere senziente (e, si spera, cosciente delle proprie scelte), bensì per affermare un “No” deciso a questa votazione. Il momento politico è denso e pieno di argomenti di cui parlare, ma come potrebbe essere altrimenti? Non possiamo pretendere decisioni facili in politica, nulla è così semplice; chi vuole tagliare di netto il numero dei parlamentari assume, al contrario, l’idea secondo la quale a problemi complessi si possano dare risposte semplici. Non è così. Allora, innanzitutto, prima di esporre ragioni pratiche per le quali il sottoscritto, e non solo, è contrario a questo taglio dei parlamentari, è bene comprendere perché sia nato un sentimento del genere. Ci accorgeremo che la diminuzione non è la risposta alla domanda. Un passo alla volta.

1956. Giorgio Amendola, uno degli esponenti di punta del Partito Comunista Italiano, si trova in una cellula di fabbrica a Torino; scrive a proposito dell’evento ne “Il rinnovamento del PCI”, libro edito ventidue anni dopo: “Fummo accusati, noi deputati, di prendere troppi soldi. Avevo nel portafogli la ricevuta dei versamenti fatti all’amministrazione centrale delle percentuali detratte dall’indennità. Facemmo i conti e ci accorgemmo che io al mese prendevo di meno di un giovane tecnico presente alla riunione. ‹‹Dopo tanti anni di anzianità, mi concedete uno stipendio pari a quello del vostro compagno?›› chiesi. E la mia richiesta fu accolta con un caldo applauso”.

Facile allora comprendere come questo sentimento fosse presente all’interno della classe media (in questo caso operaia) anche quando non era registrato populismo in senso stretto, almeno in Italia, e soprattutto in un momento nel quale un parlamentare del calibro di Amendola, braccio destro di Togliatti, guadagna meno di un buon operaio di fabbrica. Andando ancora più indietro, troviamo le affermazioni di Piero Calamandrei, costituente, esponente del Partito d’Azione, il quale nel 1947 richiamava così i propri omologhi in Parlamento: “Onorevoli colleghi, l’opinione pubblica non ha in questo momento molta simpatia e fiducia per i deputati. Vi è un’atmosfera di sospetto e discredito, la convinzione diffusa che molte volte l’esercizio del mandato parlamentare possa servire a mascherare il soddisfacimento di interessi personali e diventi un affare, una professione, un mestiere”. Insomma, le domande dal basso di un ridimensionamento castale arrivavano anche quando i parlamentari avevano indennità di gran lunga inferiori a quelle odierne. La domanda, allora, sembra essere oggi ancor più legittima. La risposta al costo della politica, che oggi davvero può essere considerato un problema, è davvero il taglio netto dei parlamentari? No. Non lo è nei termini: 50 milioni l’anno di risparmio sembrano moltissimi a noi, donne e uomini con stipendi normali, se non studenti e fuorisede, ma nella realtà dei fatti gravano in misura più che minima sul bilancio dello stato. Il nostro PIL è di circa 2000 miliardi di euro. Un miliardo è mille milioni. Si dice che è “un caffè l’anno in più per ogni italiano”, sempre che il caffè lo si prenda dove costa €0,80. “Tutto fa” si può dire, “quei cinquanta milioni l’anno, se messi nel welfare, possono comunque dare una mano”. Opinione legittima, ma subentrano subito due questioni; la prima: siamo davvero certi che quei 50mln verranno impiegati, ad esempio, per migliorare il Servizio Sanitario Nazionale, oppure per ristrutturare una scuola o migliorare la viabilità di un capoluogo di provincia? Seconda: ammesso e non concesso che quei pochi soldi risparmiati vengano reinvestiti in modo utile, davvero siamo disposti a barattare rappresentatività, tenuta del sistema democratico e sua efficienza per qualcosa di così piccolo? La verità è che il taglio vuol esser fatto per ragioni e in misura unicamente antipolitici; il risparmio, di per sé stesso, potrebbe essere l’unica ragione lontanamente plausibile per varare una così azzardata manovra, ma così non è. Cosa baratteremmo allora per otto, e dico otto, “Goleador” all’anno?

La non efficienza del sistema parlamentare è sempre stato un problema del nostro apparato democratico. Il procedimento legislativo ha sempre risentito del bicameralismo perfetto, ovverosia dell’avere due camere che svolgono esattamente le stesse funzioni. Una proposta di legge “rimbalza” così da una camera all’altra, e non ne esce con facilità. La stessa poi deve necessariamente passare per le commissioni parlamentari, le quali non sempre agevolano la rapidità del procedimento. Il taglio dei parlamentari non solo non migliora la situazione, ma la peggiora: un parlamentare dovrà far parte di molte più commissioni, e ciò complicherà i lavori. C’è chi sostiene che abbassare il numero dei parlamentari porti necessariamente più efficienza, ma questo va oltre il concetto di bicameralismo perfetto: una camera unica che in totale abbia meno dei 950 parlamentari odierni sarebbe un’ottima soluzione, ma questo referendum non guarda minimamente al monocameralismo. I lavori da affrontare rimarranno gli stessi, gli addetti meno. Come quando tagli il numero degli infermieri in un ospedale. Paragone azzardato? Polemica sul SSN? Sappiamo bene come la presenza di deputati e senatori in Parlamento non sia certo del 100%, anzi. Meno persone, meno lavoro, meno efficienza. Sembra chiaro.

Sul fatto che la rappresentatività dei territori andrà a scemare non c’è alcun dubbio, quantomeno in termini prettamente numerici. Correttivi e legge elettorale potranno riorganizzare il tutto e si potrà tornare a livelli proporzionali a quelli di oggi, fermo restando che una provincia avrà meno parlamentari di quanto ne abbia adesso. Il problema qui è un altro: la rappresentatività è reale? Un deputato eletto, che ne so, a Biella, riuscirà a portare le domande dei biellesi in Parlamento? La risposta è: no. Da molto tempo è così, da quando alle elezioni non si possono più esprimere preferenze. Il taglio dei parlamentari colpirà ulteriormente questo punto debole del sistema, in quanto i segretari di partito sceglieranno i nomi da mettere in lista bloccata tra i loro fedelissimi. Difficilmente ammetteranno, all’interno dei listoni bloccati, nomi derivanti da altre correnti partitiche o espressioni della società civile. Leaderismo allo stato puro. Tant’è che sono proprio i segretari politici, da destra a sinistra, ad affermare il “Sì” (a più tonalità di fermezza): Zingaretti, Salvini, Meloni. Renzi e Berlusconi ben più ambigui, di fatto solo Calenda, Bonino e Fratoianni sono per il “No” deciso. Altro che distruggere la “casta”, quest’ultima ne risentirà in maniera più che positiva!

Le questioni da affrontare sarebbero ancora molte, come per esempio la stabilità dei governi in un contesto dove la maggioranza parlamentare, in termini assoluti, avrà una differenza numerica con l’opposizione minore di quella di oggi (e perciò i nominati dalle segreterie saranno sempre più i fedelissimi), ma è bene occuparsi, dopo le questioni tecniche, del punto focale di tutta la vicenda: il sentimento antipolitico. Vero è che affrontare un argomento del genere parlandone “ai massimi sistemi” può risultare banale. Il punto su cui voglio concentrarmi non è esattamente l’affezione alla politica, alla cosa pubblica; se questo fosse l’intento dell’ultimo paragrafo si peccherebbe di eccessivi rimproveri, conditi da trite e ritrite frasi come “la politica non interessa più”, “ai giovani piace altro” ecc. Il concetto non è questo.

Questo referendum non è chiesto dai giovani. È evidente che, alle ragazze e ai ragazzi della nostra età, cambiare l’assetto parlamentare non attira più di tanto. Chi ha voluto questo cambiamento sono i boomers. Non ho nessuna voglia di tirare in ballo un meme normie, passato anche di moda, ma è per rendere l’idea a tutti. Gli italiani tra i 35-60 anni chiedono a gran voce di tagliare il numero dei parlamentari per dare un colpo alla “casta”. Non a caso, l’elettorato pentastellato va ancora molto forte in questa fascia d’età. La disaffezione e l’antipolitica di questi adulti è palese a molti.  Tra loro si diffonde persino l’idea paradossale secondo cui è vero che cambiare in questo modo non è una cosa di per sé corretta, ma in qualche modo bisogna cambiare. Ma, chiediamo noi, perché cambiare in peggio? Per quale motivo dobbiamo rassegnarci? Immaginiamo di essere figli in una famiglia di sette persone (ormai rara!) e di avere come auto familiare una monovolume un po’ scassata; si decide perciò di comprare una nuova macchina, più piccola, un’utilitaria cittadina; non solo: cambiando per peggiorare, questa utilitaria l’abbiamo comprata usata e tutta abbozzata, fischia ogni volta che si scalano le marce e fa fatica in salita. Non solo staremmo strettissimi, ma faremmo anche meno viaggi di prima, perché questa utilitaria è nettamente peggio di quella precedente; chiederemmo allora ai nostri genitori: “Per quale motivo abbiamo voluto cambiare macchina e prenderne una peggiore?”, e loro ci risponderebbero: “Peggiore è peggiore, verissimo, ma intanto abbiamo cambiato”. Roba da matti. Fuor di metafora, molti giovani voteranno “Sì” anche perché influenzati dalle figure genitoriali, le quali li hanno cresciuti con l’idea che le responsabilità non sono mai proprie, ma di qualcuno che volontariamente ci mette i bastoni tra le ruote, oppure proprio perché convinti che cambiare è sempre qualcosa di positivo. A cosa siamo chiamati noi giovani? Davvero, destra e sinistra qui contano meno di quanto si pensi: i partiti a favore sono trasversali, l’opposizione può esserlo allo stesso modo. Siamo chiamati a sfidare l’atteggiamento nichilista-qualunquista dei nostri genitori, degli adulti. Come altre volte nella storia, i giovani devono prendere per mano la controrivoluzione e farla propria. Votando “No”. Il “Sì” è un “sì” che distrugge, che non migliora le cose, che renderà i potenti ancora più potenti e allontanerà ancora di più le persone dalla politica.

Alcuni boomers, su Facebook, amano ultimamente condividere il testo dell’Art.50 dello Statuto Albertino, il quale recita: “Le funzioni di Senatore e Deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione od indennità”. Come si esaltano a leggere quest’articolo! Come sono contenti di giudicare la politica odierna senza conoscere un briciolo di storia! Perché è normale e non deve scandalizzare il non conoscere lo Statuto Albertino a memoria, ma pretendere di estrapolarne una parte e di avere ragione, ecco, questo certamente è grave! Il suffragio universale, allora, era solo un lontano miraggio. Il concetto di “democrazia” era assai distante da quello odierno. In Parlamento sedevano soltanto i ricchi, ovverosia chi poteva permetterselo. Non solo: i senatori erano tutti di nomina regia e non sottoposti al voto, ristretto, degli elettori. Per tutti coloro che non erano ricchi e/o nobili, far parte del Parlamento era qualcosa di pressoché impossibile. L’attuazione di retribuzioni e indennità ha permesso alle classi meno agiate di concorrere alla politica del Paese. Questo non significa che i politici debbano guadagnare cifre esorbitanti, beninteso, ma il fatto che a un Parlamentare venga concessa un’indennità in modo tale da separarsi almeno temporaneamente dal proprio lavoro, questa è una conquista democratica. Se vogliamo risparmiare denaro pubblico ci sono metodi più intelligenti, ma il taglio secco dei seggi è qualcosa di antipolitico e antidemocratico.

Semplicemente “No”.

Elio Scocco

20 anni, romano, studia Scienze Politiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano. Arbitro di rugby e docente volontario di Portofranco Milano Onlus, nel tempo libero legge Maigret, che ritiene essere un commissario dieci volte migliore di Sherlock Holmes.

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